12giu

Agricoltura, scendere in campo con il Gat

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Non è una novità che l’agricoltura sia uno dei pochi settori ancora trainanti in Italia. Noi de L’arancia lo abbiamo scritto spesso, e due giorni fa è arrivata la conferma coi dati della Coldiretti, secondo cui nel primo trimestre 2013 la terra è l’unico comparto che fa segnare un “più” nella produzione del pil, con un aumento del 4,7%,e insieme un aumento dei posti di lavoro pari allo 0,7%. Non è poco, in questo momento di crisi generalizzata.

 

Ma per chi volesse mettersi in proprio in questo settore che interessa sempre di più soprattutto i giovani, e magari non dispone dei capitali sufficienti, adesso c’è un nuovo sistema.

Si chiama Gat, acronimo che sta per Gruppo di Acquisto Terreno.

Cos’è lo spiega a L’arancia la sua ideatrice, Rosanna Montecchi, avvocato mantovano che dal 2008 si è inventata questa idea innovativa.”Eravamo agli inizi della grande crisi economico-finanziaria” dice a L’arancia “e stavano emergendo tutte le storture di un sistema basato solo sulla finanza. Noi invece volevamo che si tornasse a investire nell’economia reale, e in un modo che privilegiasse la salvaguardia dell’ambiente e del territorio”.

 

Dunque la terra, e “partendo dal modello dei Gas, gruppi di acquisto solidali, abbiamo pensato a una formula che potesse permettere a molte persone di investire, e lavorare, in imprese agricole”.

 

I Gat fiunzionano così: “si sceglie una proprieta agricola, che viene acquistata in multiproprietà con 100 quote, pari a un uguale numero di soci. Tra queste vi sono soci solo finanziari, cioè persone che preferiscono investire in un progetto etico e ambientale, perché le fattorie che aderiscono ai Gat hanno produzioni esclusivamente biologiche e puntano sulla salvaguardia dell’ambiente ma anche delle tradizioni locali”. Ogni socio può acquistare fino a 4 quote, in modo da non avere “noccioli duri” e un azionariato popolare. Le quote si aggirano intorno ai diecimila-quindicimila euro.

Ci sono poi i soci fondatori, che in cambio dell’impegno a lavorare nella azienda agricola assumono il diritto di risiedervi.

Come Emanuele Carissimi, presidente e socio fondatore del Gat di Scansano: sessanta ettari nella Maremma toscana con una produzione di olive, frutta e verdura, miele. Emanuele è uno dei sei soci fondatori che abitano e lavorano nell’impresa acquistata due anni fa. Emanuele, bergamasco, nasce consulente informatico ma da anni cercava di cambiare vita, insieme alla sua compagna. Aveva individuato un terreno ma era troppo caro per le sue finanze, così, grazie a un amico socio del primo Gat italiano, quello di Quistello, vicino a Mantova (i Gat attualmente sono sette, in Emilia, Toscana, Marche) è nata l’idea di provare la nuova avventura. “Abbiamo acquistato l’azienda” racconta Emanuele a L’arancia “suddividendola in 100 quote ciascuna da 11.500 euro”.

I sei fondatori, tra cui Emanuele e la sua compagna, ci lavorano e ci abitano, mentre gli altri soci finanziatori si vedono soprattutto in occasione delle assemblee, quella annuale per approvare il bilancio.

Caratteristica del Gat di Scansano, ma anche degli altri, è poi quella di essere quasi del tutto autosufficiente: l’energia viene prodotta con un impianto solare, la legna per scaldare viene dai boschi di proprietà, e l’acqua dai pozzi.

Un’altra forma di autosufficienza interessante è quella finanziaria.

Spiega Rosanna che “uno dei punti dello statuto dei Gat prevede che non vi sia esposizione con le banche. La quota che i soci si impegnano a versare copre infatti non solo il costo vivo della frazione di proprietà ma anche gli investimenti, per esempio per ampliare una stalla, o per comprare sementi, per nuovi macchinari, in modo che non sia necessario ricorrere alle banche”.

Uno degli aspetti più interessanti dell’esperimento dei Gat è poi quello fiscale; le società che si affiliano ai Gat sono infatti srl agricole, che beneficiano di uno speciale trattamento fiscale, con una imposta di registro dell’1% (compresi oneri di trascrizione e catastali) contro la tassazione piena del 18% sul prezzo dichiarato dell’atto di acquisto.

Ma non ci sono solo i vantaggi fiscali.

Il Gat può essere una soluzione – conclude Rosanna – anche per aziende in crisi, che magari hanno una lunga esperienza di famiglia e però mancano dei capitali per rinnovare le strutture o le attrezzature. Come è successo nelle Marche, dove un’azienda di 100 ettari di pascolo aveva bisogno di capitali per rifare le stalle. I proprietari hanno venduto ai nuovi soci del Gat, mantenendo però una quota e il ruolo di fondatori, rimanendo così conduttori dell’azienda, che ha potuto rinnovarsi, preservando però anche una professionalità e una lunga storia di famiglia”.

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