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Ci sono l’e-commerce, i rischi e i vantaggi, poi ci sono le Pmi e le start-up

Il settore dell’e-commerce cresce, e lo fa in tutto il mondo, soprattutto in Europa. Il valore degli acquisti sul web di beni e servizi sul commercio elettronico di beni e servizi in Europa nel mercato Business to Consumer (B2C), e cioè nel settore delle relazioni commerciali tra imprese e consumatori, stando alle stime, raggiungerà nel 2014 i 425 miliardi di euro (superando i 363 e qualcosa del 2013).

 

Alla fine del 2013 i siti europei di e-commerce erano 650mila e i pacchi spediti nell’ultimo anno sono stati 3,7 miliardi.

 

I mercati maggiori sono quelli di Regno Unito (il primo in Europa), Germania e Francia, poi ce ne sono altri, e a un certo punto c’è l’Italia, con i suoi 11,2 miliardi di euro di fatturato. Ma andiamo nello specifico. Tutto questo, a livello comunitario (e soprattutto locale), interessa tantissimo alcune realtà di impresa, come Pmi e start-up, e soprattutto interessa quei mercati operanti nel settore della tecnologia e della meccanica.

 

Il denaro investito in commercio elettronico nell’ultimo anno copre il 34% del totale nelle realtà d’impresa a titolo start-up in tutta Europa.

 

Questo (soprattutto) perché negli ultimi anni il settore si è sviluppato parecchio, interessando settori merceologici impensabili solo fino a poco tempo fa, come ad esempio quello delle macchine agricole o dei macchinari industriali usati (giusto per dirne uno, è il caso del sito per compravendite tedesco Machinerypark, che ha da poco aperto anche un versione dedicata al mercato italiano).

 

In Italia, tutto questo vale uguale, ma con un problema in più, anzi, non uno solo, ma due. Da un lato in Italia ci sono moltissime start-up che si buttano sull’e-commerce rischiando di fermarsi lì e di non crescere abbastanza per superare la loro prima fase di sviluppo (quella di cui parlavamo ieri), dall’altro, il Paese è pieno di imprese che decidono di non fidarsi dei nuovi sistemi di vendita, frenando il mercato e trainandolo (al contrario) verso il territorio della tradizione.

 

Partiamo da quest’ultimo aspetto. Il mercato italiano, nel settore dell’e-commerce, è considerato uno dei più promettenti. Abbiamo un fatturato in crescita (in aumento del 20 per cento l’anno) e il moltiplicarsi di acquirenti online (da 9 a 16 milioni in appena tre anni). Andiamo fortissimo su turismo (25,2 per cento), elettronica ed elettrodomestici. E allora qual è il problema?

 

Il nostro problema, è la fiducia. Tante imprese non sviluppano sistemi di vendita online. Perché? Perché il commercio in Italia equivale (troppo spesso) alla tradizione.

 

Poi certo, c’è anche l’altro problema, e se il 2013 ha registrato un aumento del numero di investimenti per l’avvio di nuove start-up, arrivando a più del 50% rispetto all’anno scorso, è importante notare che si riferiscono al numero di operazioni di acquisizioni di seed capital, ovvero il capitale che viene raccolto per le primissime fasi di start-up, quando l’attività si trova ancora in uno stato embrionale.

 

Quindi? Quindi occorre insistere, ma consapevolmente, e sperare in un mercato che diventi più grande e condiviso, anche (e soprattutto) sul fronte dell’innovazione e della tecnologia.

Scritto da Redazione il 5 agosto 2014

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