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Con la crisi la famiglia italiana rimane unita. Ma non per amore.

La crisi è stata più dura del previsto. La Banca d’Italia nel fine settimana ha rivisto al ribasso le stime di (de) crescita per il 2013, prevedendo una contrazione del pil dell’1% (contro lo 0,2% che si attendeva in precedenza). Altri segnali arrivano sul fronte delle imprese; il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha sottolineato che l’Italia dal 2007 a oggi ha perso “7 punti di pil”. Ma dati più precisi arrivano da un termometro più inconsueto, cioè il più grande tribunale d’Italia, quello di Milano.

Nel bilancio di un anno giudiziario, emergono da una parte dati abbastanza drammatici: i fallimenti  sono cresciuti del 91% dal 2008 (allora erano 640, oggi sono 1.223 e nel 2010/11 erano 963); a crescere sono anche le esecuzioni sia immobiliari (da 8.844 a 11.275 in un anno), sia mobiliari (+ 25% dal 2008/09, da 7.635 a 9.605). Aumenta anche il contenzioso tra lavoratori e datori di lavoro: le cause in diritto del lavoro in 4 anni sono salite del 18,5% da 10.150 a 12.027. Con una segnalazione particolare, fanno sapere gli uffici giudiziari, per le cause di lavoratori che chiedono la corresponsione di crediti insoluti. Il Tfr non versato, per esempio, ha visto salire il numero delle istanze presentate all’Inps da 4.187 del 2010 a 6.414 del 2011, a 4.853 nei primi 9 mesi del 2012.

Ci sono però risvolti imprevisti di questa crisi che si manifestano a livello familiare e che potrebbero non essere del tutto negativi. Si riducono infatti le separazioni giudiziali, che scendono da 1.204 a 1.101. Mentre aumentano le richieste di modifica alle condizioni di separazione e divorzio, in tutto 495.

“Più è bravo il tribunale più la giustizia è certa – ha sottolineato il presidente del tribunale, Livia Pomodoro – più l’imprenditore sano cercherà di ripartire”. A Milano, dice Pomodoro, ”il tribunale e’ veloce come a Oslo, abbiamo tempi e metodi di grande efficacia e pensiamo che si possa e si debba fare lo stesso in tutt’Italia”. Per fronteggiare l’aumento dei fallimenti “ci siamo attrezzati riducendo il tempo dei processi del 26%” fino a raggiungere ”un tempo medio di 503 giorni” e “dando maggiore impulso ai concordati preventivi e agli accordi di ristrutturazione”. Ma il calo dei divorzi sarà legato a un fattore psicologico, di tenuta in un momento di crisi, o è semplicemente una conseguenza della crisi? Il giudice non sembra avere dubbi. “Si sono ridotti notevolmente i divorzi con cause giudiziarie. Il che significa che adesso, finché non passa la crisi, si sospendono e si evitano le contese, che comportano anche spese di avvocati. E sono aumentati del 6% i casi di chi vuole modificare condizioni di separazione o di divorzio”.

Nessun ritorno di fiamma per il nucleo familiare italiano, lo confermano anche gli avvocati matrimonialisti. “Dal 2010, infatti, si registra in Italia una lenta ma crescente diminuzione delle cause di divorzio (circa il 2% in meno)”.

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Lo ha detto in una nota  Gian Ettore Gassani, presidente dell`Associazione degli Avvocati Matrimonialisti Italiani.

”Il dato – continua Gassani – non può essere interpretato come una ripresa della tenuta del matrimonio italiano, bensì come un segnale di crisi economica. Molte coppie evitano le carte bollate perché lasciarsi costa troppo e può irrimediabilmente impoverire i coniugi e i loro figli. 
Le spese legali, gli assegni di mantenimento, le spese straordinarie per i figli, la necessità di reperire un`altra abitazione per il coniuge costretto a lasciare la casa coniugale (cui si aggiungono i mutui da pagare) sono per molti un disincentivo ad esercitare il diritto al divorzio sancito dalla Legge 898/1970. Soprattutto nelle grandi città come Milano e Roma si calcola che i divorzi siano diminuiti del 3% negli ultimi due anni, mentre sono in netto aumento (6-8%) le procedure per la modifica delle statuizioni economiche delle separazioni e dei divorzi”.

Insomma, nessun ritorno al matrimonio, ma anzi se possibile si resta insieme, o si riducono le pretese. Anche di mantenimento. Secondo il Centro Studi dell’Ami, negli ultimi anni almeno il 20% delle persone che si rivolgono ad un legale per una consulenza su una eventuale separazione o divorzio decidono successivamente di non procedere, a fronte di prospettive di peggioramento della propria condizione economica e patrimoniale. 

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