30nov

Crisi, tra fallimenti e liquidazioni un 2012 da dimenticare

Iniziare a fare impresa in un periodo di forte crisi come quello attuale presuppone grande coraggio ma allo stesso tempo la capacità di guardare con realismo alla situazione. E allora per onestà intellettuale non si può non ricordare che le condizioni economiche sono tali per cui a fianco di migliaia di attività che faticosamente ogni giorno vedono la luce, grazie anche al’intraprendenza di tanti giovani imprenditori, ce ne sono altrettante che purtroppo sono costrette a gettare la spugna. E sono numeri implacabili quelli che descrivono il fenomeno dei fallimenti aziendali in Italia. A questo proposito una delle ricerche più aggiornate realizzate da Cerved Group ha calcolato in circa 200 le imprese che ogni giorno nel nostro Paese chiudono i battenti a causa della devastante crisi con cui siamo confrontati. Un trend che purtroppo, almeno nel breve periodo non accennerà certo a cambiare. Entrando nel dettaglio, lo studio rileva che nei primi nove mesi del 2012 sono uscite dal mercato ben 55mila imprese. Si tratta della cifra più alta mai raggiunta negli ultimi 10 anni.

Tra i motivi che portano a chiudere bottega, abbiamo innanzitutto i fallimenti, il cui numero ha superato del +2% quelli del 2011, arrivando a quota 9mila. Ci sono poi 1.500 procedure concorsuali non fallimentari (il 7,3% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso), e infine le liquidazioni, aumentate dello 0,3% arrivando a toccare quota 45mila unità.

Tra i dati più significativi e allo stesso tempo più preoccupanti emersi dalla ricerca di Cerved, c’è da segnalare poi il fatto che la tipologia di aziende che fuoriescono dal mercato sempre più spesso non è quella rappresentata dalle meno efficienti bensì da quelle sane e meglio capitalizzate. Ci sono infatti sempre più imprese che seppur in condizioni finanziarie solide,  decidono volontariamente di liquidare le proprie attività, proprio perché il contesto economico non è più ritenuto adeguato a proseguire. Solo quest’anno le aziende che hanno fatto una scelta di questo tipo sono aumentate dell’8,9%. A livello di comparti produttivi poi i più colpiti sono quelli delle costruzioni, con il 9,9% di chiusure in più rispetto al 2011, a seguire ci sono i servizi, con un + 6,3% e il manifatturiero con un +1,5%. Per quanto riguarda infine la dislocazione geografica, in testa a questa triste classifica di abbandoni ci sono purtroppo Marche e Lombardia dove si registra un tasso di uscita  del 3,7%, seguite a ruota dalla Puglia con il 3,6%.

Leggi anche: