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Crowdfunding, la ricetta di Produzioni dal basso

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Si chiama Produzioni dal basso ed è la realtà più “antica” del crowdfunding in Italia.

 

Su L’arancia abbiamo già parlato varie volte in passato di questa forma di finanziamento, ma Produzioni dal basso non è un tipico crowdfunding, anzi ha caratteristiche specifiche. Ce le illustra il suo fondatore, Angelo Rindone. “Lo scopo della piattaforma è quello di offrire uno spazio a tutti coloro che vogliono proporre il proprio progetto. Produzioni dal basso, a differenza degli altri portali di crowdfunding, non percepisce percentuali sui servizi offerti e sui progetti che ottengono il finanziamento, inoltre non acquisisce diritti sulle opere proposte, non fa promozione” dice Angelo.

 

È interessante notare che Produzioni dal Basso nasce “quattro anni prima di Kickstarter” come ci fa notare Angelo; “all’inizio non siamo stati molto considerati” ma poi i numeri sono stati in continua crescita: al momento sono 371 i progetti finanziati, con una preponderanza di deal che riguardano musica, cultura, cinema (in particolare cortometraggi).

 

Lo scopo di questa piattaforma ha a che fare col mondo dell’autoproduzione. Altra caratteristica di Produzioni dal basso è che non ci sono filtri: non ci sono cioè soglie di sostenibilità sotto le quali il progetto non viene lanciato, e finanziatore e finanziato si accordano direttamente tra loro per decidere il metodo di pagamento prescelto.

 

“La scelta di non avere filtri” continua Angelo, “non è casuale, anche perché non necessariamente le piattaforme che li applicano registrano il 100% di risultati”. Spesso i parametri poi sono opinabili: “non basta che il progetto abbia un buon pitch video, e il richiedente avere un certo numero di followers su Twitter o di fan su Facebook, come accade spesso su molte piattaforme. Semmai è interessante che alcuni progetti siano stati validati a livello sociale; per esempio stiamo lavorando a una serie di progetti approvati da Banca Etica” dice ancora Angelo.

 

Sul fenomeno el crowdfunding in generale, Angelo ha le idee chiare: “si dovrebbe passare da una moda a una modalità”, cioè “da una tendenza del momento, con il grande sviluppo che sta avendo questa forma di finanziamento, a una maggiore diffusione, anche in relazione a quelle che sono le specifiche del nostro tessuto imprenditoriale. In pratica, non ha molto senso cercare di finanziare l’ennesima app con geolocalizzatore; mentre sarebbe interessante applicare il crowdfunding a realtà più specifiche e di successo del made in Italy; penso alla filiera alimentare, al turismo, all’agricoltura, al design”.

 

E qui in particolare il riferimento è all’equity crowfunding, cioè la possibilità di vendere vere e proprie azioni della propria azienda sul web. Un tema su cui si è molto discusso negli ultimi tempi, e su cui le istituzioni (in particolare la Consob, la commissione di Borsa) hanno varato un primo set di regole che prevedono particolari paletti a tutela dell’investitore, e anche limitazioni – solo le start-up innovative possono accedere a questa forma di finanziamento. “Concedere questa possibilità solo alle cosiddette start-up innovative potrebbe essere un forte limite” riflette Angelo, “perché così facendo si tagliano fuori magari aziende che non sono necessariamente start-up, ma che potrebbero beneficiarne”.

 

Il crowdfunding secondo Produzioni dal basso deve essere insomma il più possibile partecipativo e  “liquido”; per esempio, continua Angelo, “pensiamo alle possibilità di crowdfunding civico, cioè applicato al reperimento e alla gestione dei fondi per un ente pubblico magari locale”; o al crowdfunding applicato al giornalismo di inchiesta; in questo modo il crowdfunding  diventa anche strumento di partecipazione e controllo democratico. Insomma, conclude Angelo, “il crowfunding non deve essere un moloch, ma uno strumento aperto che si fonde e si ibrida con diversi settori”.

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