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È la (crisi della) stampa, bellezza. Due idee per salvare i giornali guadagnandoci.

La crisi della carta stampata è uno di quei paradigmi che racconteremo (se faremo in tempo) ai nostri nipoti. I volumi della pubblicità sono ai livelli degli anni Cinquanta, mentre le aziende del settore sono in ginocchio dappertutto. L’Italia non fa eccezione;  ci sono testate che chiudono: non solo quotidiani come Pubblico, nato e morto nel giro di tre mesi; ma anche tutta una serie di settimanali e mensili che stanno scomparendo dalle edicole; per esempio, chi si è accorto della scomparsa della bibbia dell’addominale Men’s Health? e in generale i grandi gruppi editoriali sono alle prese con tagli di bilancio mai sperimentati, per tentare di rimanere sul mercato. Rcs, la società che controlla il Corriere della Sera, ha un rosso di 400 milioni di euro che sta tentando di risanare con tagli pesantissimi (compresa la possibile vendita della sede storica milanese di via Solferino); il gruppo Espresso riesce ad essere in attivo grazie a tagli importanti e al blocco delle assunzioni; il Sole-24Ore ha a bilancio un disavanzo di 50 milioni di euro. Tutti stanno cercando una soluzione al triplice problema del crollo delle vendite, dei mancati introiti pubblicitari e del passaggio al digitale (con le copie online in costante crescita ma che non riescono a generare profitti).

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Che fare? Negli Stati Uniti la crisi è anche più pesante: recentemente il caso più discusso è stato quello di Newsweek, scomparso dalle edicole. Ma sono talmente tanti i giornali che hanno chiuso negli ultimi sei anni che ci sono siti internet dedicati appositamente a questa contabilità. Qui però si tenta qualche esperimento per far ripartire il giornalismo in nome della qualità e della creatività. Con due esempi interessanti: il New York Times, il più importante quotidiano americano, ha lanciato in questi giorni TimeSpace, una iniziativa inedita che punta sui giovani startuppers: il giornale offre a chi ha un’idea imprenditoriale e un business plan innovativo nel settore dell’informazione, ma anche dell’e-commerce e dei media, di poter lavorare per quattro mesi presso le proprie strutture. Il quotidiano ammette candidamente di non sapere bene cosa verrà fuori da questa collaborazione, ma con trasparenza molto anglosassone invita i candidati a spiegare “perché lavorare insieme per quattro mesi potrebbe essere utile vicendevolmente”. Le iscrizioni vanno mandate entro il 19 febbraio, e 3-5 imprese verranno selezionate dal giornale che in questo caso si trasforma in incubatore.

                                                                                                                
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Dagli Usa – ma rivolto anche all’Italia – arriva un altro interessante esperimento per rilanciare un mestiere così com’è un po’ moribondo: la fondazione Bill e Melinda Gates (sì, i “padroni” di Microsoft, ma anche i più grandi filantropi del mondo) insieme alle Nazioni Unite e al Centro europeo di Giornalismo finanziano un’iniziativa dedicata al giornalismo di qualità. Si chiamano Journalism Grants, e sono sponsorizzazioni (da 8 a circa 30 mila euro) per progetti di reportage innovativi e particolarmente creativi, di giornalisti che facciano parte degli otto paesi che maggiormente contribuiscono alla cooperazione allo sviluppo. E sì, l’Italia ne fa parte. Il tema è quello dello sviluppo, e occorre mandare un riassunto del proprio reportage, del supporto su cui si intende realizzarlo, dei costi da affrontare, e (anche qui), del perché secondo noi dovremmo meritarci questa sponsorizzazione. I candidati più interessanti saranno invitati a dare maggiori dettagli, e poi i progetti migliori saranno scelti a insindacabile (e libero) giudizio della Fondazione Gates. “In un’epoca in cui molte aziende della carta stampata affrontano una crisi senza precedenti, il nostro piano punta a permettere loro di andare oltre i tradizionali metodi di reportage”. Questo si legge nel bando, ma è una frase che dovrebbe far riflettere un po’ tutti, in tempi di crisi, a non rifugiarsi nella mediocrità e nei tagli, e puntare invece sulla qualità. Non solo nei giornali.

 

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