24feb

Ecco cosa è successo all’ultimo Open Data Day

Sabato scorso nel mondo e in tutta Italia si è celebrato l’International Open Data Day, un giorno fatto di eventi (a centinaia), hashtag (#oddit14 e #opendataday) e discussioni a mezzo pubblica amministrazione, potenzialità e tecnologia.

 

In Italia l’Open Data Day festeggia il suo secondo compleanno. Tante le città coinvolte, da Milano, in Bicocca, a Lecce, dove i cittadini hanno avuto la possibilità di contribuire alla raccolta delle idee di utilizzabilità dei dati necessari per la stesura delle strategie programmatiche sull’open government locale. L’Open Data Day è (soprattutto) una festa, una festa in cui è possibile una volta l’anno promuovere la “liberazione” dei dati e rilanciare i tanti progetti di open data in corso nel mondo, tipo le hackathon, le maratone di programmazione (in Italia ci stiamo ancora lavorando, ma qualcosa di simile è stato fatto da H-Farm).

 

Il fatto è che, in Italia, a farla da padrone è soprattutto l’assenza di una vera e propria strategia nazionale e di una governance chiara e condivisa in materia di Open Data.

 

E questo nonostante la firma dell’Open Data Charter al G8 e all’adesione ad Open Government Partnership. Quindi? Quindi occorre discuterne, e di discussioni, sabato, ce ne sono state parecchie. Cosa è emerso?

 

1. Un portale non basta. Negli ultimi tempi, le amministrazioni che hanno deciso di affrontare il discorso open data sono tante. Purtroppo però, al di là di un’apertura, il processo non è mai andato più in là di una semplice dichiarazione di intenti: noi ce l’abbiamo, punto. Il problema è che al di là del lancio, della pubblicità e di un’immediata risposta alle richieste provenienti dal basso, questi portali muoiono lì, non vengono alimentati, mancano di strategie e obiettivi, e quindi, non cambia nulla.

 

2. Bene le leggi, ma poi? Il problema non è tanto la legge, o la regolamentazione dei processi, ma la volontà. In Lombardia pur non avendo una legge in materia, l’amministrazione locale ha intrapreso una convinta strategia Open Data. Il che vuol dire che ok, le leggi servono, spronano le amministrazioni a fare bene e a mettersi in linea con i tempi. Ma se da queste poi manca una volontà certa, le leggi servono a poco, ed eccoci al terzo punto.

 

3. Le brutte leggi servono a poco, o a niente. In Italia le leggi in materia di Open Data non hanno ancora portato a un significativo aumento della qualità e della quantità dei dati. Non si tratta solo di una mancanza di attenzione, ma di un problema più serio, e più radicato. Avete bisogno di un indizio? Non esiste nemmeno una legge, a livello regionale, tra quelle approvate, a cui è seguita la formale adozione dei regolamenti attuativi, senza i quali – di fatto – le leggi non sono operative.

 

4. Qualità, non quantità. La competizione amministrativa nel campo degli Open Data è nato nel segno della quantità: io ho più dati di te. Con il passare del tempo invece, è emerso che la partita va giocata sulle tipologie, e la qualità, dei dati a disposizione. La top 5? Tipo di dati, frequenza di aggiornamento, tipo di licenza, utilità (concreta utilità, per il pubblico), e (soprattutto) possibilità di riutilizzo. Per ora, l’Italia, resta sulla quantità.

 

5. La gente deve metterci il suo. In Italia, il ‘pubblico’ ha avuto un ruolo fondamentale nelle prime fasi di diffusione degli Open Data. Adesso però, tutto sembra piuttosto fermo. Non si fa rete, non c’è interesse e non si parla mai, o almeno questo, è quanto emerge dalla bocca degli ‘addetti ai lavori’. Poi certo, non è per niente scontato che un eventuale coinvolgimento extra cambi concretamente le cose, però…

 

6. Meno teoria, più pratica. E quando parliamo di pratica parliamo di hackathon. Non è più il tempo di parlare di dati, questi dati, adesso, occorre ‘farli’. Oggi la realtà ha bisogno che amministrazioni, hackers ‘civili’ e imprese lavorino su progetti concreti di apertura e riutilizzo dei dati pubblici.

 

6. Dopo gli Open Data c’è di più. Portali, archivi, siti e piattaforme contengono dati, questi dati contengono informazioni, ed è grazie a queste informazioni che la società civile trae vantaggi (e cose tipo trasparenza, partecipazione, e voglia di innovare). Cosa significa? Facile, che gli Open Data sono solo un mezzo, non l’obiettivo, e che se vogliamo che nel tempo acquisiscano valore, occorre sviluppare sistemi che ci consentano di valutarne la reale utilità, evitando inutili sprechi di risorse ed energie.

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