18feb

Fondi europei? Sì, ma usiamoli

Settimana scorsa a Roma c’è stato il React4Funds, un workshop dedicato ai fondi europei in Europa, promosso dall’Europa, in Europa, per tutti gli europei. L’iniziativa fa parte della campagna internazionale Agire. Reagire. Decidere, varata dal Parlamento europeo in vista delle elezioni del prossimo maggio. L’evento, quello romano, era dedicato ai programmi comunitari Erasmus+, Europa Creativa, Cosme (il programma per la competitività delle Pmi) e Orizzonte 2020.

 

Risultato? Facile, ma non bello: gli italiani non chiedono abbastanza, o meglio, non chiedono il giusto nella categoria ‘finanziamenti europei’.

 

L’incapacità di spesa dei fondi Ue per l’Italia è un’antica questione su cui dovremmo riuscire ad aprire un dibattito serio a livello nazionale”, ha dichiarato Niccolò Rinaldi, come già aveva fatto Marco Scurria, suo collega eurodeputato, concludendo con un più forte “Non usare fondi Ue non è meno grave del peculato”.

 

Un esempio? Nel periodo 2007/2013, le regioni interessate dall’Obiettivo convergenza come Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Basilicata, hanno potuto contare su un fondo sociale europeo di 43,6 miliardi di euro, totali, tra fondi diretti e cofinanziamento. Già nel dicembre 2011 i pagamenti rendicontati sono stati solo il 9,6% della somma a disposizione (contro una media Ue che raggiunge quasi il doppio). Ana­liz­zando i pro­grammi regio­nali, al 31 mag­gio 2013 la Puglia aveva speso il 45,9% del pro­gramma Fesr, la Basi­li­cata il 59,2%, il Pie­monte il 44,7%, e il Lazio il 43,5%. Le peggiori però, restavano Cala­bria e Sici­lia, rispet­ti­va­mente con il 23% e 27,4 % di spesa.

 

I fondi europei sono una risorsa, grazie a loro è possibile incentivare Pmi, start-up, idee e innovazioni, accelerare spesa e politiche produttive, import, export, filiere della ricerca e infrastrutture.

 

L’Italia fino al 2020 avrà due grandi canali di finanziamento, il primo, gli avanzi della pro­gram­ma­zione 2007/2013. Gra­zie alla deroga del mec­ca­ni­smo N+2 infatti, Bru­xel­lese eviterà il disim­pe­gno auto­ma­tico del cofi­nan­zia­mento euro­peo, e i restanti (più o meno) 25 miliardi di euro potranno essere spesi entro il dicem­bre 2015. E il secondo? Be’, quello ‘giusto’, la pro­gram­ma­zione 2014/2020, 60 miliardi di euro dei pro­grammi cofi­nan­ziati Fse e Fesr e circa 17 miliardi di euro dei piani cofinanziati dal Feasr.

 

In totale quindi, l’Italia potrà spendere da qui al 2020 qualcosa come 114 miliardi di euro nei programmi cofi­nan­ziati dai fondi euro­pei. Non male, la questione però, è una, li useremo? E se sì, li useremo bene? Giuseppe Saija della società di consulenza Euknow non ne è sicuro. “Le carenze italiane? Soprattutto l’assenza di strategie. Non siamo capaci di fare sistema. I fondi non si inventano a tavolino ma sono il frutto di istanze e indicazioni che arrivano dagli Stati membri. Gli altri Paesi sono più strutturati: esistono piattaforme tecnologiche per esprimere priorità che poi vengono recepite nei bandi.”

 

Per fare sistema occorre una regia, e qui il ruolo delle istituzioni pubbliche diventa fondamentale. Ed è quello, ad oggi, che manca.

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