17set

Giovani, laureati e (un po’) delusi: ecco i contadini 2.0

 

La campagna non è più un affare di famiglia, e contadini non si nasce, si diventa.

 

Lo afferma l’Associazione dei giovani imprenditori della Cia (Confederazione italiana agricoltori), sulla base di un sondaggio presentato in occasione del convegno “Il valore terra nel ricambio generazionale”, che si è svolto a Teramo durante la VII Festa nazionale dell’Agricoltura.

 

Secondo la confederazione, delle 158 mila aziende “under 40” presenti in Italia, il 39% è composto da nuove leve del settore, che hanno deciso di scommettere sull’agricoltura, pur non essendo “figli d’arte”.

 

Non solo: il contadino 2.0 è più colto dei suoi predecessori: nel 30% dei casi i nuovi agricoltori hanno un tasso molto più alto di scolarizzazione rispetto ai loro colleghi senior; oltre ad avere una cultura sofisticata – e a volte eccentrica: a parte un 43% di laureati in agraria, che rappresentano la regola, insieme a un 9% di veterinari  (che pure ha un senso in campagna), c’è anche un 21% di ingegneri, un po’ di economisti (18%), giuristi (3%) e persino laureati in lettere (14%) e psicologi (7%).

 

Agraria continua comunque ad andare fortissimo, con immatricolazioni, secondo l’agenzia Asca, salite del 40% negli ultimi cinque anni, rispetto al tonfo (-12%) delle iscrizioni alle altre facoltà.

 

Segno che l’agricoltura continua a essere considerata un settore con un futuro: di sicuro c’è ancora molto spazio rispetto ad altri comparti. Qui infatti i giovani rimangono pochi in un settore dominato dai “vecchi” (gli under 40 sono solo il 9,9% del settore e gli under 30 addirittura il 2,1%).

 

Di sicuro comunque è in atto una vera rivoluzione generazionale: sempre secondo l’Associazione dei giovani imprenditori della Cia (Agia), si ha da una parte la mancata trasmissione delle aziende e delle competenze di famiglia; i giovani che vogliono mantenere il lavoro agrario ereditato dai genitori sono solo il 61% del totale.

 

Dall’altra, anche tramite laurea, assistiamo a un’immissione di nuove professionalità. A scendere in campo per la prima volta però non sono solo idealisti o innamorati della vita bucolica. Se il 33% ha scelto questa strada per una maggior qualità della vita, il 45% dei “nuovi” contadini arriva da una delusione cocente in un lavoro più attinente agli studi fatti. Ma magari sottopagato o con dei capi troppo stressanti.

Leggi anche: