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I ricchi hanno perso più degli altri nella crisi. Lo dice una giovane economista italiana.

“Lasciate che vi dica dei ricchi. Sono diversi da voi e me”;  questa era la celebre definizione dei ricchi di Francis Scott Fitzgerald. Secondo Hemingway, più semplicemente, “i ricchi sono diversi da me e te. Già, hanno più soldi”.

Di sicuro adesso scopriamo che i ricchi investono  diversamente dalla gente normale, almeno i “super ricchi”.  E non necessariamente meglio.

Questo quello che emerge da una ricerca pubblicata sul Wall Street Journal e opera di tre economisti coordinati dalla giovane italiana Enrichetta Ravina della Columbia University. La ricerca, intitolata “Portafogli e decisioni finanziarie di cittadini americani ad altissimo reddito”, mostra come hanno investito 260 famiglie di super ricchi (oltre i 90 milioni di dollari di patrimonio) tra il 2000 e il 2009, cioè nel decennio della grande crisi. Si scoprono cose interessanti: innanzitutto che – forse grazie a una media di 6 consulenti finanziari a testa – i super ricchi hanno flirtato con la bolla dei mutui subprime (il 2,3% ha investito in questo settore uscendone però velocemente); che in media puntano su 120 azioni a testa; inoltre che, sempre grazie a schiere di consulenti,  gli “High Net-Worth U.S. Households”, i milionari americani, sono riusciti a minimizzare il carico fiscale.

Hanno investito dunque meglio della gente normale? Non si direbbe.

Forse proprio a causa di questi consulenti, che non sempre hanno dato i consigli giusti, sembra suggerire la ricerca di Enrichetta Ravina. Secondo la ricerca commentata dal Wall Street Journal, infatti, la ricchezza di queste famiglie super ricche è scesa da 8 miliardi a 3 di dollari in totale da metà 2008 a metà 2009 (il periodo più duro della crisi), perdendo il 60%, dunque il doppio di quanto ha perso il mercato e le persone normali (gli indici di Borsa sono scesi del 36%).

Se avessero comprato semplicemente quote di fondi di investimento come tutti i comuni mortali, i grandi ricchi americani avrebbero ridotto le perdite. Ma forse, sostiene il Wsj, a pesare sulla loro nuova “povertà” potrebbe esser proprio il costo di tutti questi consulenti, troppi e troppo costosi.

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