11nov

Il Cerved, l’Italia e le start-up

Ci sono il rapporto Rapporto Pmi del Cerved, le start-up e l’Italia, e il risultato è che le realtà imprenditoriali italiane sono sempre più piccole e con più della metà della probabilità di chiudere i battenti entro tre anni dalla loro costituzione. Ecco l’immagine delle start-up italiane, 81.308 nel 2007, 64.162 nel 2012 e 71.738 nel 2013, con un incremento del 6,4 percento nel primo semestre del 2014.

 

Cos’è successo? La ripresa economica (quella vera) non c’è mai stata, a essere determinante è stata la nascita delle srl semplificate, istituite dal Dl 1/2012 per incentivare l’imprenditoria. Società che richiedono procedure di iscrizione semplificate, meno costi fissi, capitale sociale compreso tra uno e 9.999 euro e l’esenzione degli onorari notarili grazie a uno statuto standard. In due anni e mezzo ne sono nate 34mila, quasi 13.886 nel solo primo semestre del 2014.

 

“La nuova forma giuridica è stata determinante per la crescita.” Molti imprenditori hanno potuto lanciare le proprie imprese perché “i costi di ingresso si sono ridotti.” Così Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group.

 

Una parte di queste sarebbero comunque entrate nel mercato, ma la tendenza in atto avrebbe determinato un andamento molto più piatto. Alle srl semplificate si sono unite le le start-up innovative create nel 2012 (dal Decreto Crescita 2.0). Però le nuove imprese sono sempre più piccole. “I dati indicano – si legge nel rapporto Cerved – che la crisi non solo ha frenato la nascita di nuove società, ma ne ha anche ridotto la scala potenziale.” L’introduzione delle srl a capitale ridotto ha invertito il trend delle nascite, “ma ha incentivato l’iscrizione di società potenzialmente più piccole.” 

 

Per De Bernardis, “la diminuzione del capitale sociale medio delle nuove imprese è stata indotta dall’intruduzione delle srl semplificate.” Ma non è un fatto negativo (almeno, non esclusivamente). Le società o non sarebbero nate, o sarebbero nate come società di persone o imprese individuali. “La nuova normativa ha quindi incentivato l’imprenditoria in forme più sofisticate, con maggior potenziale di crescita.”

 

E nel momento in cui nascono nuove aziende il risultato c’è, comunque, anche se la metà non supera i tre anni di attività.

 

Poi ci sono le banche. Se non prestano soldi alle start-up, o se ne prestano pochi, le possibilità di sopravvivenza cascano, o meglio, crollano. Le statistiche, evidenzia il rapporto, indicano che l’11,2 percento delle start-up nate con debiti finanziari superiori a 20mila euro diventano Pmi nei tre anni successivi all’iscrizione. Se i prestiti scendono (sotto i 20mila), la percentuale scende al 5 percento.

 

Nel 2012 sono state meno di 5mila le nuove imprese che hanno iniziato l’attività con il sostegno finanziario di una banca.

 

Conclude De Bernardis: “La contrazione del credito, più che sulla mortalità, influisce sulla capacità delle aziende di crescere, strutturarsi e quindi creare ricchezza e lavoro.”

Scritto da Redazione il 11 novembre 2014

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