10feb

Il mio grosso, grasso cuneo fiscale

Era un po’ di tempo che non si sentiva parlare di “cuneo fiscale”. In Italia il dibattito, anche sui temi che toccano la vita di tutti, segue le mode. Ultimamente si portava molto quella dell’articolo 18; ma in tempi più antichi si discuteva assai del “cuneo”, cioè la differenza tra quanto un lavoratore porta a casa e quanto lo stesso lavoratore costa al suo datore di lavoro.

 

Ieri però sono usciti i dati dell’ISTAT, che mostrano che il “cuneo” è vivo e lotta insieme a noi.

 

E viaggia, udite udite, intorno al 50%. Cioè, i lavoratori guadagnano la metà di quello che vengono a costare al loro datore di lavoro. Secondo l’Istituto di statistica, infatti, il costo medio del lavoro dipendente, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, è di 30.953 euro all’anno. Non sarebbe male, se finisse in buona parte in tasca al lavoratore. Invece, ecco a voi “il cuneo”; di questa cifra, il dipendente, sotto forma di retribuzione netta, percepisce poco più della metà (il 53,3%), per un importo medio pari a 16.498 euro. Una cifra cioè da soglia della povertà.

 

Ma dove vanno tutti questi soldi drenati ai lavoratori? Se ne vanno in imposte dirette e contributi previdenziali. Per gli autonomi va un po’ meglio: il reddito medio da lavoro autonomo, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, è pari a 23.432 euro annui, il reddito netto rappresenta il 69,3% del totale, (16.237 euro). Insomma, gli autonomi guadagnano meno ma vengono anche tassati meno (una magra consolazione).

 

Certo, i dati dell’ISTAT sono basati su rilevazioni del 2012; manca l’effetto-Renzi, coi tagli proprio sul “cuneo” che dovrebbero cominciare a funzionare  tra bonus assunzioni per i nuovi contratti a tempo indeterminato stipulati con il contratto a tutele crescenti e gli sgravi sull’Irap previsti per i neoassunti. Misure annunciate trionfalmente dal premier in un tweet. Vedremo gli effetti di lungo periodo. Per adesso, il “cuneo” è ancora lì, bello grosso, e fa paura.

 

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