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Il (non) senso del venture capital per le start-up italiane

Pochi, maledetti e non da venture capital. Si potrebbe definire così lo stato dell’arte dei finanziamenti alle start-up italiane. Il 95% degli investimenti deriva loro infatti da investitori privati, non da venture capital o private equity. E’ quanto emerge da una ricerca dell’università Bocconi condotta da Carmelo Cennamo e Umberto Fasano, ricercatori dell’università Bocconi.

 

L’analisi è stata incentrata su circa 3.000 start-up innovative italiane: appena il 5% delle società è partecipata da Venture Capital o Private Equity. Questo dato, da solo, si presta a duplice interpretazione; da un lato può confermare la tesi della scarsità di risorse di “capitali di ventura”, e quindi la bassa rappresentazione degli stessi all’interno del capitale delle start-up; dall’altro, può indicare il basso numero di start-up ritenute appetibili per tali operatori. Un dato interessante e certamente positivo, sottolineano i due autori, è la crescente presenza tra i soci di società industriali (Il 31%).

 

Per quanto riguarda i finanziamenti, invece, il totale raccolto è di 149 milioni di euro, 93 milioni in capitale e 56 milioni in debito (prestiti da parte dei soci, banca o altri tipi). Un dato interessante riguarda però la suddivisione dei finanziamenti: la maggior parte finisce in poche start-up; precisamente, dei 149 milioni, l’89% (e 133 milioni) è stato ottenuto da un quarto delle start-up. Ciò significa che poche, selezionate aziende ricevono finanziamenti molto alti (450.000 in media), mentre la maggior parte raccoglie ben poco.

 

La ricerca di Cennamo e Fasano mostra poi che la quota detenuta da parte dei VC nelle start-up che raccolgono più finanziamenti è solo del 20.3% in media, a fronte del 46.6% in mano a società industriali. Quindi, contrariamente all’immaginario collettivo che vuole i venture capitalist come i “predatori finanziari” che decidono del destino di una start-up tramite le loro quote di maggioranza, nel caso italiano rappresentano di fatto la minoranza del capitale societario.

 

I due ricercatori parlano quindi di una “terza via” italiana. Che i VC investano solo in start-up partecipate da aziende, si chiedono i due autori. Forse le aziende italiane preferiscono fare ricerca e sviluppo “fuori”, investendo in aziende appena nate invece che nelle proprie organizzazioni? Staremo a vedere in futuro.

 

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