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Innovazione, finanziamenti e web: l’Italia delle start-up

Per alcuni è una sorpresa, per altri no, ma secondo un questionario realizzato dalla Daviom Data (società di analisi dati del portale Impresefacili.it) e sottoposto a un campione di 51 start-up italiane, le imprese che operano nel settore dell’information and communication technology sono soddisfatte dell’ambiente in cui lavorano. E Torino sorpassa Milano

 

E quindi? E quindi l’Italia non è il peggior luogo in cui crescere — almeno per le start-up.

 

Il questionario Daviom Data fa parte di una indagine più ampia realizzata su 550 neo imprese, scelte in base all’impegno nel settore delle nuove tecnologie, la presenza sul web, la partecipazione a conferenze e start-up contest e l’eventuale selezione per premi e finanziamenti. Risultato?

 

Tra le start-up partecipanti, il 73% si è detto soddisfatto o molto soddisfatto dell’ambiente in cui l’azienda vive e opera. Un giudizio valido non solo al Nord e al Centro ma anche al Sud e nelle Isole. “Siamo abituati a credere che gli startupper italiani siano scontenti della Penisola, ma sembrerebbe il contrario”, commenta Edoardo Paolo Scalafiotti, amministratore delegato di Daviom Data.

 

La vera sorpresa riguarda Torino, considerata “il luogo migliore in cui far nascere un’impresa per il settore Ict, anche più di Milano.”

 

Poi certo, le difficoltà non mancano. Gli imprenditori parlano di accesso al credito (il 90% del campione ha dichiarato di aver avviato la start-up con risparmi personali o familiari) e pressione fiscale, come problemi principali del sistema Italia. Eppure chi pensa che il problema principale di uno startupper sia ottenere finanziamenti si sbaglia.

 

“Dalla wordcloud che abbiamo realizzato emerge che il bisogno principale riguarda la strutturazione del prodotto, prima ancora che ottenere fondi che comunque sono al secondo posto tra le priorità.”

 

Perché la verità è che il primo ostacolo di un’azienda, ad oggi, sembra essere la capacità di arrivare sul mercato con un servizio o prodotto competitivo, più dei soldi. “A differenza delle start-up estere, quelle italiane non hanno figure ben definite all’interno dei propri team in cui tutti fanno un po’ di tutto” e poi succede che una delle figure meno esperte, o meno sviluppata, finisca di essere quella esperta di prodotto, o di marketing. Più concretezza, e specializzazione, allora. Ma non tutto sembra perduto, almeno per ora.

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