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Internet guarda alle Pmi, ma le Pmi (spesso) guardano altrove

In Italia il digitale zoppica, zoppica su più fronti e riguarda tutti, istituzioni, pubblico, utenti e aziende. Sì, anche le aziende, dove il fronte innovazione lato impresa ha fatto sì passi avanti, ma solo un po’, non del tutto, diciamo solo in parte. Di cosa stiamo parlando? Del fatto che in Italia esistono sì imprese che credono nell’efficacia degli strumenti di marketing e pubblicità digitale, ma che ce ne sono anche altre che invece no. Le prime sono online, hanno capito che il web significa ‘risorsa’ e si sono fatte in quattro per farsi vedere e per offrire i loro servizi agli utenti di internet. Le seconde la pensano allo stesso modo solo in un caso su due, e quando si parla di online, e di digitale, vanno in difficoltà.

 

Di recente, un’indagine Doxa ha preso in considerazione 900 aziende (considerando realtà da tre a 50 dipendenti) operanti nei settori beauty e wellness, viaggi e ristorazione, e ha cercato di capire il livello di digitalizzazione web delle piccole e medie imprese italiane.

 

Risultato? Il rapporto tra Pmi e internet rispecchia la situazione italiana. La voglia di accedere, far parte, e contribuire alla crescita delle nuove tecnologie c’è ed è tanta, come tanta è anche la mancanza di un’offerta effettiva di prodotti e servizi online. Delle imprese coinvolte, solo il 63% è in possesso di un proprio sito internet, e solo il 12% dichiara di attuare attività promozionali digitali in modo esclusivo.

 

Parliamo di social. Ad operare su questo fronte sono molte imprese di grandi dimensioni, poche le piccole. Da un’indagine dell’Osservatorio Social Media dell’Università IULM di Milano, emerge che poco più della metà delle realtà prese in considerazione (720 aziende operanti nei campi alimentare, arredamento, banche, hospitality, moda e pubblica amministrazione), gestisce almeno un canale di social networking, mentre per le piccole e medie aziende, negli due anni, l’impiego di social network è cresciuto solo del 7%, con valori che vedono solo il 50,5% delle piccole e il 53,9% delle medie aziende presenti su almeno una piattaforma.

 

Il social media più gettonato è ancora una volta Facebook, scelto dal 75% delle aziende (contro il 71,1% del 2011), seguito, in ordine di scelta da Twitter, LinkedIn, YouTube, Google Plus e Pinterest.

Ma di fatto, il loro utilizzo strategico e la capacità di comunicazione ed engagement restano scarse. Solo il 41% delle aziende interpellate crea collegamenti alle proprie pagine social direttamente dal sito aziendale.

 

Eppure siamo nel 2013, tutto è online, davvero tutto, com’è possibile che l’Italia (tutta) non riesca ad adeguarsi? Quali sono le barriere che ne frenano lo sviluppo? Sostanzialmente, alla radice del problema, sembra esserci (ancora) un problema di natura culturale.

 

Le aziende che snobbano il canale online dicono di preferire il contatto personale, con i clienti e loro ci vogliono parlare, faccia a faccia, e sempre per loro, le attività di marketing online non sono importanti, non contano, non fanno guadagni.

 

E allora? Allora la tecnologia informatica resta estranea alla cultura d’impresa, in parte, certo, ma una parte sostanziosa. I problemi dell’offerta online italiana sono tanti, e abbastanza evidenti. Prenotazioni cancellate, ritardi, burocrazia (l’obbligo di contattare telefonicamente l’INPS per ogni variazione anagrafica) e siti che non accettano ordini al di là dei propri confini geografici. L’aggiornamento delle aziende italiane in materia web è una nota dolente.

 

Alla base, quello che manca, in una classe d’impresa che sì è molto giovane ma continua  anche ad essere anche molto ‘vecchia’, è il concetto di integrazione, tra passato, presente e futuro. In altre parole, innovazione. Innovazione a tappeto, a 360 gradi. Qualcosa che vada al di là del cliente che viene in azienda o del contratto chiuso al bar. Charlie Chaplin quando parlava di ‘macchine’ parlava di automazione, di operai come robot. Le ‘macchine’ di oggi non sono questo, i computer, i server, la grande rete, non vogliono esserlo. Le macchine di oggi, per le aziende, sono la risorsa, sono il modo per loro e per le persone che ci lavorano, di crescere, e andare avanti. Questo sono. Il problema è rendersene conto.

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