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Italia, imprese e start-up: ecco i segnali di ripresa

Hanno vinto i più. Ok, le condizioni delle imprese italiane non sono al loro meglio, lo sappiamo tutti, eppure il 2013 non è stato l’anno dei meno, ma (incredibile a dirsi) dei più. Secondo il Censis, il rapporto quotidiano tra società nate e chiuse è stato infatti di 1053 a 1018 (poco, ma abbastanza), con ben 2mila start-up innovative a regime d’impresa.

 

I casi sono diversi, e ognuno ha avuto (e continua ad avere, le sue peculiarità). Tra le città (e le zone) più vitali, c’è di sicuro Milano, qualificata al primissimo gradino del podio dal 69% degli intervistati. Poi seguono le altre, Torino e Roma al 22% e 14%, Prato, Monza e Brianza, in una top 20 scandita da località del centro Italia (dieci posizioni), nord est e nord ovest (settima e terza posizione).

 

Ma di fatto, in cosa consistono questi ‘punti più’? Andiamo con ordine, e cominciamo da quelli al femminile.

 

Quote rosa sul lavoro, i ritardi ci sono, ma i progressi non mancano. Secondo il Censis le imprese capitanate da professioniste donne sono cresciute di 10mila unità nel giro di due anni. Ad oggi 6,7 milioni di dipendenti fanno riferimento a una donna, mentre il 67% dei lavoratori uomini non riscontra differenze di genere nella selezione e nella qualità di chi occupa posizioni dirigenziali.

 

Poi c’è l’intraprendenza di persone che per un motivo o per l’altro vengono in Italia e si inseriscono nel tessuto economico nazionale. E su questo punto non ci batte nessuno. Gli imprenditori nati fuori dall’Italia ma che lavorano e generano reddito nel nostro Paese sono infatti ben 380mila, il 16,5% in più rispetto al 2009, con rialzi del 21,3% nel comparto retail e del 9,1% nella vendita all’ingrosso.

 

Dal lato nostro invece, la migrazione è aperta. Giovani, imprenditori e menti creative, continuano a lasciare l’Italia. Cosa c’è da fare? Be’ non è così difficile. Occorre fare tutto il possibile per preparare il loro ritorno.

 

Nella ‘fuga’ dei nostri talenti resiste una fetta di 3,7 milioni di under 30 che vive all’estero solo per determinati periodi dell’anno.

 

Sono quelli che in tanti definiscono ‘pendolari globali’, e sono un flusso di studenti e professionisti che cresce in Italia, fa esperienze all’estero e cerca di spendersi sul mercato di casa. Tra le mete di trasferimento o passaggio, o momentanea permanenza, non ci sono grandi sorprese. La maggior parte continua a preferire gli Stati Uniti (il 48%), poi la Germania (41%), Australia (40%) e Regno Unito (39%). La Cina non supera il 12% , Brasile e India si fermano al 6% e al 4%.

 

La verità però è che il 61% di queste persone vorrebbe tornarsene a casa (se ne avesse la possibilità). Il controesodo non è ancora iniziato. Quando (e se) avesse inizio, garantirebbe il rientro di competenze guadagnate dai giovani italiani sparsi qua e là in tutto il mondo E sarebbe questo il vero segno più, che un domani, potrebbe risollevare le sorti del nostro Paese.

 

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