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Italiani, un popolo di microimprenditori

Italiani, un popolo di santi, eroi, e microimprenditori. Tra le venti economie dell’Ocse – che insieme rappresentano il 60,6% del Pil mondiale – l’Italia mostra una quota di occupati nelle micro e piccole imprese (mpi) con meno di 20 addetti pari al 57,5%, il doppio rispetto al 29,0% delle media, e davanti a Corea con il 54,6%, Spagna con il 49,9%, Belgio con 42,9%, Polonia con 41,8%, Messico con 38,0%, Francia con 37,1%, Israele con 36,6%, Olanda con 36,6%.

 

In Italia le mpi sono 4.222.442, rappresentano il 98,3% delle imprese, danno lavoro a 9.197.217 addetti di cui 4.360.617 sono dipendenti, generano 1.079 miliardi di euro di fatturato e producono valore aggiunto per 277,1 miliardi di euro La quota di occupati in pmi è di 27,6 punti superiore al 29,9% della Germania, di 31,9 punti superiore al 25,6% del Regno Unito, di 34,9 punti superiore al 22,6% del Giappone e di 39,4 punti superiore al 18,1% degli Stati Uniti.

 

L’Italia insomma è fondata sulle mini e micro imprese, ed è un fattore che pare non destinato a cambiare nel tempo: basti pensare che nell’arco degli ultimi dieci anni disponibili sul piano statistico – dal 2003 al 2013, periodo che comprende la più grave recessione dal dopoguerra con una forte selezione delle imprese – la quota percentuale di occupati nelle grandi imprese è salita di 0,16 punti all’anno, un ritmo che richiederebbe 106 anni per raggiungere la quota della Germania che secondo i dati dell’Ocse ha occupati in grandi imprese pari al 37,5% del totale contro il 20,1% dell’Italia.

 

Ma piccolo non è per forza negativo: per esempio sul fronte della ricerca e sviluppo va ricordato che secondo l’ultima rilevazione resa disponibile dall’Istat nel 2013 la spesa per R&S nelle imprese aumenta del 3,4% rispetto all’anno precedente e l’aumento è trainato dagli investimenti delle piccole imprese (+18,8%), mentre scende la spesa delle grandi imprese (-1,7%).

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