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La classifica del fare impresa, in Italia e nel mondo

In un’economia internazionalizzata e interconnessa, è importante avere una prospettiva d’insieme, capace di dare un’immagine generale delle possibilità economiche e imprenditoriali di ogni singolo Paese (o quasi). Una sorta di spiegone del fare impresa nel mondo, in grado di convincere chiunque ne abbia bisogno, se, come e dove, intraprendere un percorso di business. Per farlo però, ci voglio dati certi, e per questo, la World Bank Group stila ogni anno, dal 2002, un report che si chiama Doing Business, e che misura la situazione di 189 paesi.

 

La classifica generale è redatta attribuendo una posizione, a ogni Paese, per ognuno dei 10 ambiti di valutazione che vanno dal “iniziare un’attività” a “pagare le tasse” , passando per i tempi necessari a risolvere una causa legale.

 

L’Italia (ovviamente) non occupa il primo posto di questa classifica, che va al Singapore, ma (per fortuna) nemmeno l’ultimo, che va invece all’Eritrea. Il nostro Paese si piazza al cinquantaseiesimo posto, un metà classifica non esattamente esaltante, soprattutto considerando che, tra i paesi europei, occupiamo la terzultima posizione, davanti solo a Grecia e Malta.

 

Le cause sono piuttosto evidenti, e a dirla tutta, le conoscevamo già. Ma andiamo con ordine.

 

Prima di tutto, la classifica evidenza le nostre difficoltà in materia di permessi per progetti edili. Alla voce “dealing with construction permits” la posizione italiana è la centosedicesima. È più facile avere l’autorizzazione di costruire un capannone in Rwanda che da noi, e non è una battuta.

 

Sul fronte della tassazione poi, l’Italia guadagna il centoquarantunesimo posto, mentre su quello dei contratti stipulati (alla voce “enforcing contracts”), il centoquarantasettesimo. Tutto questo per dire una cosa: i problemi che affliggono le nostre imprese sono sempre gli stessi. La cosa positiva è che li conosciamo, e che la consapevolezza è già a buon punto, perché la prima regola di Sun Tzu è conosci il tuo nemico.

 

Il problema è che il nemico, purtroppo, è sempre lo stesso, noi. Pare si faccia di tutto per non risolvere una situazione che ci trasciniamo da tempo, e che ci relega alle retrovie delle classifiche internazionali a tema economia. Quel che fa riflettere, è che il terreno c’è, e le materie prime anche, e che se riuscissimo a risolvere alcune delle nostre criticità, magari, non saremmo poi così lontani dal Singapore.

 

Scritto da Redazione il 31 ottobre 2014

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