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Le start-up ci salveranno (forse)

Ok, l’Italia in Europa è uno dei Paesi che produce meno start-up, e ok, peggio di noi c’è solo la Grecia, però c’è anche da dire che tra quelle che ci sono, alcune sono delle vere eccellenze, e che queste eccellenze, ci salveranno tutti.

 

“The New Entrepreneurial Revolution: How StartUps are Changing Cities in Italy and the U.S” ha parlato proprio di questo, dell’Italia e delle sue start-up, e soprattutto di come le start-up sociali salveranno l’Italia.

 

L’evento, organizzato a Napoli da Associazione Amerigo e Missione Diplomatica degli Stati Uniti in Italia, ha fatto il punto della situazione dopo il successo dell’iniziativa fiorentina.

 

“Il no-profit in Italia combatte su frontiere solo appararentemente opposte. Sul territorio, per contrastare il degrado urbano e di legalità nei territori, in ambito finanziario per sviluppare l’impact investing e la finanza sociale, su cui sono stati presentati 40 ‘punti’ al governo.”
La realtà è che le start-up innovative a vocazione sociale sono una forma interessante per unire investimento e impatto, perché superano le forme storiche del terzo settore tradizionale.

 

E in Italia ci sono parecchie cose (che nonostante tutto) si muovono. A Napoli c’è Clean up, a Roma Retake (Riprendiamoci Roma dal degrado), tutti ottimi esempi di startup sociale urbano. Poi ci sono gli incubatoti, come Fundera, il crowd per le start-up pulite che ha appena ottenuto l’ok di Consob a operare come intermediario nel mercato dell’equity crowdfunding italiano.

 

Dopodiché ci sono i trend, di oggi, ma soprattutto di domani, quegli obiettivi (o mezzi) a cui il settore dell’innovazione italico guarda e aspira.

 

Disintermediazione, l’innovazione sociale porta ad una forte disintermediazione  anche da poteri forti come quello di banche e finanza, e quindi succede che il prestito o i soci una start-up se li cerchi in rete nella comunità che ruota attorno alla piattaforma. Massa critica: man mano che poche start-up sopravviveranno consolidandosi, si svilupperà una massa critica sufficiente per scambi e servizi all’altezza. Tutto però in funziona di rimuovere i vincoli, vincoli di sistema, burocratici, di autorizzazioni, quelle cose li insomma, in linea con un’economia ‘sharing’ e non gestita in esclusiva  da ‘attori licenziatari’.

 

In ambasciata quello che è emerso è che insieme alla rimozione di ostacoli, le start-up hanno bisogno di clienti, oltre e più degli incentivi economici. Questo vuol dire modifiche nel “public procurement”- nei rapporti tra Pa ed Aziende: negli Usa gli appalti pubblici devono destinare una quota obbligatoria per le start-up.

 

Insomma, “negli USA gli appalti pubblici devono destinare una quota obbligatoria per le start-up. Meglio clienti, investitori e competitors, che vecchi ‘bandi’ destinati ai soliti noti e la filantropia a perdere.”

 

Detto questo, siamo nelle loro mani, e se le start-up avranno successo, ce l’avremo anche noi (si spera).

Scritto da Redazione il 13 ottobre 2014

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