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Le start-up e la cultura (oggi)

Spesso si parla di start-up, meno (forse) di cultura. Esiste però un universo in cui questi due concetti si incontrano, è a quel punto che il discorso prende da un lato la piega dell’innovazione (ok), e dall’altro la strada del valore. Qualche giorno fa, a Ferrara, Michele Dantini, ha parlato a “St(r)ati della cultura”, un convegno promosso da Ucca|Arci dedicato ai temi dell’innovazione culturale, delle industrie creative e dell’occupazione giovanile.

 

Risultato? Sì è parlato, di cultura e innovazione.  “Come assicurare maggiore occupazione in settori a elevata specializzazione come le industrie culturali e creative?” Su questo punto (parecchio fondamentale), Dantini ha cercato di trarre qualche conclusione, e prima di tutto “non è chiaro cosa intendiamo per innovazione culturale”, secondo alcuni si tratterebbe di “innovazione cognitiva, cioè di intuizione e scoperta”, per altri invece sarebbe qualcosa più tipo “innovazione sociale in ambito culturale”.

 

Si parla sempre di piccole o piccolissime realtà, o start-up, e questo, va tenuto a mente, significa che l’impresa culturale “non è di per sé culturalmente innovativa.” Anzi, continua Dandini,  “al pari di una qualsiasi altra impresa, può mancare di risorse materiali e immateriali e ignorare del tutto l’innovazione di prodotto (o di servizio).” 

 

E allora, in pratica, si potrebbe dire che in generale “l’impresa culturale soffre per lo più dei limiti (di capitale umano, economico e sociale) di cui soffrono le piccole e piccolissime imprese italiane. A queste condizioni è impensabile investire in ricerca e sviluppo: l’impresa è sì culturale, ma i contenuti non sono per niente innovativi.”

 

Cosa fare quindi? Esiste un modo per collegare innovazione sociale e innovazione cognitiva? Sarebbe importante che ricercatori e early careers partecipino attivamente alla costruzione di nuove comunità culturali, questo dice Dandini, in una sorta di mondo start-up che sì, ha a che fare con l’impresa e il mercato e l’economia, ma sì anche con quella che è cultura e nuovi modi di innovare (culturalmente). 

 

Ed ecco quindi la sua chiusa, semplice ed efficace: “Immaginiamo dunque nuove istituzioni educative, scientifiche e giornalistiche. O meglio impegniamoci concretamente, nell’azione quotidiana, nella ricerca, nella comunicazione, per pretendere che le istituzioni esistenti si aprano in modo durevole alle minoranze vitali e alle energie più innovative del paese.”

 

Che ne dite?

Scritto da Redazione il 15 dicembre 2014

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