09set

L’esercito (che non c’è) dei 200mila innovatori

“Attuare subito la e-Agenda e ri-orientare i fondi Ue alla formazione tecnica nella scuole”, ecco di cosa abbiamo bisogno, ed ecco di cosa è convinto il presidente di Confindustria Digitale Elio Catania, secondo cui “nel 2020 mancheranno in Italia tra le 100 e le 200mila figure tecnologiche.”

 

Quindi? Quindi tecnologia, e gente esperta in questo campo, l’Italia ha bisogno di queste figure per 1) crescere e 2) non soccombere alle richieste del mercato internazionale.

 

L’innovazione tecnologica incide da sempre sullo sviluppo di un’economia e di una società. Da anni le statistiche internazionali sulla spesa in questo campo, a partire dai programmi di ricerca e sviluppo, pongono l’Italia indietro rispetto agli altri grandi paesi. Il nostro rapporto tra la spesa in ricerca e il Pil è attorno all’1% o poco più), un valore più basso rispetto ai partner europei e rispetto agli Stati Uniti dove il dato oscilla tra il 2 e il 3%.

 

I finanziamenti in Italia invece vengono spesso dirottati. Capita che le regioni optino per interventi su aree meno innovative e che questo abbia un impatto diretto sulle nuove forze economiche, come Pmi e start-up. Ne è convinto anche Enrico Santarelli, un economista e uno dei massimi esperti italiani in materia di innovazione e tecnologia. Secondo lui le start-up spesso utilizzano l’innovazione “creata nei laboratori di ricerca delle università e delle grandi imprese.”

 

Noi, a questo bacino di innovazione, non abbiamo accesso, non molto, o quantomeno non del tutto, proprio perché di bacino vero e proprio in Italia non si può parlare. “Questo gap – spiega Santarelli – riflette la struttura produttiva italiana. Il nostro Paese è specializzato nella produzione di beni di consumo tradizionali in cui l’attività di ricerca è modesta per definizione.”

 

A questo dato poi si aggiunge il fatto che la nostra economia è dominata dalla presenza di imprese piccole con meno di 20 addetti che, per forza di cose, non sono in grado di sostenere programmi interni di ricerca e sviluppo.

 

“Queste caratteristiche strutturali della nostra economia – prosegue Santarelli  – non si possono modificare dall’oggi al domani. Un cambiamento richiederebbe tempo e risorse che purtroppo al momento non ci sono né sul fronte pubblico, né su quello privato dove mancano imprese di grandi dimensioni in grado di attivare massicci investimenti.”

 

Certo, le carte in tavola ci sono, e con un riorientamento dei fondi europei dedicati specificatamente al settore dell’innovazione, della ricerca e dello sviluppo, un primo passo potrebbe alimentare un grosso programma di alta formazione scolastica, da cui ricavare, in un progetto di medio e lungo periodo, la forza lavoro tecnologica che attualmente ci manca.

 

“Quando anche le nostre imprese cominceranno da investire secondo il trend europeo – dice Catania riferendosi al periodo 2015 – 2020 – ci sarà una domanda enorme di specialisti.”

 

Il futuro economico italiano dipende da parecchi fattori, primo (tra gli altri) gli innovatori e le capacità di innovazione che questi innovatori saranno in grado sì di applicare, ma anche di imparare (prima) e magari insegnare (poi). Senza opportune politiche economiche di ricerca e sviluppo però, difficilmente l’Italia potrà vincere la battaglia dell’innovazione (soprattutto su scala globale).

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