07mar

L’innovazione al di là delle start-up secondo Mariana Mazzucato

Il mito delle start-up non fa bene a nessuno, né alle start-up, né al tessuto innovativo in cui le start-up nascono, crescono, e (a volte) hanno successo. Il problema è che prima delle start-up, viene il contesto, l’innovazione. È in questo contesto che le idee hanno veramente modo di svilupparsi ed eventualmente affermarsi. Senza di questo, tutto, o molto di quello che si è fatto e si continua a fare, è destinato a fallire. Non ci credete? Siete liberi di non farlo, quel che è certo però, è che ad esserne convinta è una docente di Economia dell’Innovazione dello Science and Technology Policy Research Centre dell’University of Sussex, Mariana Mazzucato.

 

In una lettera al The Economist (qui), la Mazzucato, classe 1968, nata a Roma ed ‘esportata’ prima negli Stati Uniti e poi in Inghilterra, è chiara: “In Uk l’ossessione per le Pmi ha prodotto scarsi risultati. I soldi pubblici devono andare alle imprese innovative, come in Silicon Valley: tutta la tecnologia dell’iPhone è finanziata dal governo.”

 

Il problema è questo: bene le start-up, ma con moderazione, perché occorre allargare lo sguardo e sviluppare un ecosistema innovativo nel quale le imprese appena nate riescano a crescere attraverso un’interazione tra investimenti pubblici e privati.

 

“La Gran Bretagna è affascinata dall’idea di una Tech City perché ritiene di essersi fatta sfuggire quel tipo di cultura ‘imprenditoriale’ che ha alimentato la Silicon Valley”.

 

L’Inghilterra, insiste la Mazzucato, ha pensato di finanziare centinaia di piccole e medie imprese e start-up, ogni anno, direttamente o indirettamente, con qualcosa come 8 miliardi di sterline (poco meno di 15 miliardi di euro). I risultati però non sono stati quelli sperati, e alla fine, Pmi e start-up “non contribuiscono in modo particolare all’economia britannica in termini di posti di lavoro, produttività e innovazione.” in termini di ‘capacità di generare innovazione e crescita’, dice la Mazzucato, non occorre enfatizzare start-up o imprenditori, “ma l’ecosistema innovativo entro il quale operano e dal quale dipendono.

 

Negli Stati Uniti, “molte aziende della Silicon Valley hanno beneficiato direttamente di finanziamenti early-stage erogati dal governo così come della possibilità di produrre utilizzando tecnologie finanziate attraverso contributi pubblici”, ed è per questo che tecnologie come quelle di Apple e dei suoi iPhone, hanno ricevuto “finanziamenti statali, da Internet al Gps, dal display touch-screen al Siri.”

 

E quindi? “Ciò di cui abbiamo bisogno – conclude – non sono tante piccole start-up, o l’ossessione di finanziare le Pmi, ma un ecosistema per l’innovazione.”

 

Questo, ovviamente, significa impostare un settore pubblico capace (e dell’idea) di investire soldi in formazione e ricerca. Poi servono grandi aziende che reinvestano i profitti in capitale umano e ricerca e sviluppo, “un sistema finanziario che guardi all’economia reale e non solo a se stesso, una politica fiscale che ricompensi gli investimenti a lungo termine.“ Insomma, per farla breve, “serve inoltre una politica migratoria che attragga i migliori cervelli da tutto il mondo e una politica competitiva che sfidi i pigri piuttosto che consentire loro prezzi elevati e sussidi parassitari.” Capito?

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