19ago

L’innovazione non ha più niente a che fare con la fabbrica (o quasi)

Chris Anderson è stato il direttore di Wired per più di 10 anni, ha scritto libri a base di economia digitale e nel 2009 ha co-fondato 3D Robotics, un’azienda che produce tecnologia per Unmanned Aerial Vehicle (UAV), cioè droni. Anderson non è esattamente l’ultimo arrivato, è artefice di tutte queste cose, e in più, è anche convinto che il modello aziendale comunitario è destinato a vincere su quello più tradizionale incentrato sull’individualità d’impresa, che le vecchie imprese ragionano sul breve periodo (e sbagliano) e che il futuro è in mano ai veri innovatori.

 

Ma cosa significa ‘comunità innovativa’? In un’intervista al Bcg Perspective del Boston Consulting Group, Anderson ha spiegato che “il modo più facile per confrontarsi con i fondamentali cambiamenti che comporta l’innovazione tecnologica è semplicemente accoglierli”, e che per accoglierli (al loro meglio) è preferibile condividere le conoscenze, e crescere all’interno di uno contesto di sviluppo il più organico possibile. Questo per dire, semplificando, che la casa dell’innovazione non è più la fabbrica, o l’industria, o l’impresa come la si è pensata fino ad oggi, ma la comunità.

 

Una comunità, prende decisioni che vanno a vantaggio della comunità e a svantaggio dell’azienda, pensa nel lungo termine, e guarda al futuro.

 

È grazie a questo tipo di visione – è convinto Anderson – che le cose (innovative) nel corso degli anni sono diventate meno costose, più facili e accessibile. Ed è per questo che oggi sul mercato si sono affacciate nuove figure: start-up, giovani imprenditori o persino semplici sviluppatori.

 

“In passato costruire un’azienda era una cosa difficile. Bisognava trovare i finanziamenti e cominciare concretamente a metterla in piedi. Oggi la tecnologia della produzione è arrivata ad essere così automatizzata e così poco costosa che si può esternalizzarla attraverso il cloud o si possono acquistare i componenti necessari su eBay.”

 

Tutto (sempre) tenendo bene a mente il concetto di comunità, in contrasto con quello di industria tradizionale. Questo significa cambiare radicalmente modo di pensare, e di agire. Significa lasciare da parte tutti quelli che fino ad ora sono stati abituati a lavorare in gran segreto per battere la concorrenza di diventare trasparenti e aperti. Utopia? Forse, ma c’è chi ci crede (e ci guadagna).

 

Il modello di comunità non deve far pensare a uno stile completamente anarchico di lavoro, anzi, Anderson è convinto che nelle comunità ci sia bisogno di una leadership fort, fortissima, e una “definizione di ruoli più netta del solito e demarcazione dei progetti. Non ci sono impiegati, ma persone che debbono portare a termine dei compiti e delle responsabilità. Possono essere licenziati o meno in base alle loro performance. Sono valutati per quello che fanno in ogni momento, mentre l’impiegato standard è sottoposto a valutazione annuale. Insomma, al vertice di ciascuna comunità ci deve essere un benevolo dittatore.

 

La verità, secondo Anderson, è che le aziende a modello comunitario “vinceranno sempre”, specialmente con la diffusione dell’Internet of Things, perché tutti gli oggetti sono connessi tra di loro.

 

“Il momento in cui qualcosa diventa parte di un network, c’è un vantaggio nel possedere una piattaforma e nell’avere uno standard aperto su cui altre persone possono lavorare.”

 

L’idea è netta, precisa, come la strada di cui si parlano Anderson e chi la pensa come lui, il problema poi di questa visione, è vederla applicata e percorsa, in un mercato che raramente riconosce nella condivisione e nell’innovazione organica, un modello di business remunerativo (quantomeno, proprio in quel breve periodo di cui parla l’ex-Wired).

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