03mar

L’innovazione riparte dal locale: meno discorsi, più Made in Italy

Il futuro economico dell’Italia si gioca sulle innovazioni, quelle tecnologiche e quelle d’impresa, perché se c’è una cosa che è evidente, è che le iniziative aziendali e le tecnologie digitali hanno un ruolo primario nel rilancio di settori strategici del nostro Paese. Questo è certo, come è certo però, che questo discorso vale previa una giusta regolamentazione, dotata di strumenti e chiarezza adeguati, e non solo in Italia, ma anche (e soprattutto) in Europa.

 

La strategia europea in fatto di risorse si è concretizzata quest’anno nel fondo strutturale Fesr 2014-2020, un’idea di smart specialization, un progetto, che dal primo di gennaio, riparte dal basso, dal locale, e da quei territori in cui esistono i soggetti in grado di creare innovazione.

 

Per questo, consapevole dei rischi, tra dispersione dei fondi e politiche locali inconsistenti, la Commissione europea ha invitato le regioni italiane a individuare una serie di specializzazioni a livello tecnologico e industriale. Di questo, e di altro ancora, ha parlato Mario Calderini in un’intervista al Sole 24 Ore.

 

Calderini è attualmente consulente per il Ministero dello Sviluppo economico di smart specialization. Lui di innovazione se ne intende, in Piemonte, quando si è trovato alla guida della finanziaria regionale, si è occupato di investire in risorse e sviluppo.

 

“L’innovazione piemontese più riconosciuta nel mondo, negli ultimi anni, è stata Arduino. Innovazione di cui la politica regionale non si è mai occupata, pur nell’enorme dispiego di risorse. È una dura lezione che dobbiamo tenere a mente.”

 

Prima di mettersi dietro la scrivania e stilare una mappa dell’innovazione italiana, Calderini sa che i problemi da risolvere sono tanti. “Quello che si può fare è avere policy meno invadenti, con processi aperti, inclusivi e partecipativi.” Il sistema Italia deve rivedere i suoi piani, o meglio, renderli più efficaci, e tanto per cominciare evitare “gli incentivi a pioggia e lavorare sui fattori abilitanti: pochi grandi poli di competenza su settori ad altissimo rischio e potenziale, formazione, infrastrutture fisiche e digitali.”

 

In Europa le percentuali di produttività e ricerca sono pari a circa la metà di quelle rilevate in un Paese come il Giappone. Lì l’innovazione è a l’ordine del giorno, qui da noi rimane troppo spesso relegata all’ambito della discussione. È su questo punto che occorre intervenire, ripartendo dal basso.

 

Qualche giorno fa a Milano l’Università Bicocca ha aperto un tavolo a tema Europa e piano strategico di fondi europei. In quell’occasione, Maria Cristina Messa, rettore della Bicocca e rappresentante italiani nel Comitato Horizon 2020 per il programma Research Infrastructures, ha sottolineato come l’approccio, al tema, “deve essere europeo, con collaborazioni internazionali aperte in tutti i campi”, e questo a cominciare dai 17 miliardi messi a disposizione per la competitività delle industrie fino ai 6 miliardi stanziati per le tecnologie del futuro.

 

Tutto bene i fondi, ma occorre capire dove investirli, e prima ancora del dove, come. Il problema dell’Italia è quello locale, è quello delle nostre potenzialità, ed è quello, in ultima analisi, del Made in Italy. Di prodotti locali e potenzialità singole si parla spesso, ma spesso, se ne parla male. Quello del Made in è un concetto importantissimo, e allo stesso tempo è un concetto a rischio, un concetto che se applicato ovunque rischia di disperdersi. Se mirato invece, e sviluppato, può essere (ancora una volta) la nostra carta vincente, anche per l’innovazione.

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