08set

L’OCSE sul lavoro nell’Eurozona – come è messa l’Italia?

L’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, meglio conosciuta con il suo acronimo OCSE, ha pubblicato un’analisi in cui sono raccolte le previsioni, per la fine 2014 e 2015, sulla situazione del lavoro nella zona euro. Purtroppo non ci sono buone notizie.

In tutta l’Europa economica, infatti, i livelli occupazionali continuano a rimanere ben al di sotto dei livelli che si registravano prima del 2008.

C’è ovviamente chi sta peggio e chi è sta meglio. Grecia e Spagna comandano la classifica segnando delle cifre che sono il doppio della media di tutti gli altri paesi messi insieme. Ma anche l’Italia arranca sotto i colpi della crisi economica, piazzandosi subito dopo accompagnata da Portogallo, Slovenia e Repubblica Slovacca.
 
L’analisi quindi costituisce una critica (indiretta) verso il Decreto Poletti per la riforma del lavoro, la prima parte del Jobs Act, convertito in legge (L. 78/2014) lo scorso 16 maggio. Il provvedimento normativo ha adottato misure riguardo i contratti di lavoro a tempo determinato, sia per quanto riguarda l’apprendistato che la somministrazione del lavoro. Senza addentrarsi negli aspetti più tecnici, basti sapere che le disposizioni sono state approvate per rendere i contratti più flessibili, introducendo per esempio l’acausalità, cioè la possibilità per l’impresa di assumere a tempo determinato senza la necessità di specificarne il motivo. Ed è proprio questo uno dei problemi secondo quanto riportato dall’outlook.

L’OCSE auspica che gli stati riescano a rendere la legislazione sul lavoro a tempo determinato qualitativamente migliore, per renderlo un passaggio obbligato per ottenere un posto permanente.

In questo momento, in Europa, meno della metà dei lavoratori ha avuto questa fortuna.
 
Sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è stato pubblicato un comunicato in cui il ministro Poletti, prendendo atto della drammatica situazione del lavoro, difende le misure fin qui adottate, precisando che quelle già approvate fanno parte di un quadro di riforme più ampio che prevede, non solo la regolamentazione del lavoro, ma anche il riordino degli ammortizzatori sociali oltre a una semplificazione delle procedure per i datori del lavoro.
 
Le critiche però vengono anche da Tito Boeri, professore di Economia del lavoro all’università Bocconi, che in un’intervista al “Fatto Quotidiano”, dice che la normativa del decreto non ha sortito alcun effetto. I numeri dicono che gli occupati, da febbraio a luglio 2014, sono aumentati dello 0,2%, ma secondo Boeri questa variazione positiva è causata unicamente dal miglioramento della produzione industriale e per adesso non è stato ancora messo nessun tassello per raggiungere il sistema di contratto a tutele progressive.
 
Probabilmente è troppo presto per stabilire se la riforma sia efficace o meno. Fondamentalmente per tre motivi. Innanzitutto è stata approvata solo una parte della riforma. La seconda parte è ancora al vaglio delle camere.È comunque passato troppo poco tempo dall’entrata in vigore dalla prima tranche di provvedimenti. Infine una riforma come quella del lavoro è legata da un rapporto di pregiudizialità dipendenza dalla situazione economica che, se stenta a ripartire, influenza in maniera irrimediabile il funzionamento della legge.

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