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Open Data, il futuro delle informazioni è aperto, ma non per tutti

Il 18 giugno, a Belfast, i leader del G8 hanno sottoscritto l’Open Data Charter, un documento unico pensato per incrementare la qualità e la quantità dei dati pubblicati dai governi. Il documento obbliga i Governi a valorizzare il patrimonio informativo prodotto dalle pubbliche amministrazioni, e questo secondo cinque principi guida: Open Data come principio base, quantità, qualità, accessibilità a tutti e implementazione dei dati per migliorare la Governance e per promuovere l’innovazione. In questi giorni, i temi dell’importanza di accesso e della disponibilità dei dati sono stati confermati da una direttiva europea, indirizzata al settore pubblico di tutti i Paesi membri, Italia inclusa.

 

Gli Open Data sono una tipologia di dati liberamente accessibili a tutti, privi di brevetti o limiti di riproduzione e le cui restrizioni di copyright si limitano, in caso, all’obbligo di citare la fonte o di non modificare.

Il concetto di Open Data potrebbe sembrare semplice, ma non lo è. La maggior parte dei governi non ne comprende fino infondo il significato, e una volta mappati i dati, le posizioni istituzionali sui temi della proprietà intellettuale ne rendono difficile la condivisione. In altre parole, liberare i dati nasconde un problema molto più grande: come può un governo organizzare, gestire e condividere le proprie informazioni? È un problema con cui, ad oggi, sono alle prese molte organizzazioni. I primi risultati cominciano a farsi vedere: paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Canada hanno da tempo adottato normative e strategie organiche sul libero accesso ai dati, e in Canada, ad esempio, il numero di studenti che utilizzano i dati del governo per progetti universitari è in fortissimo aumento.

 

In Italia, la diffusione dell’Open Data vede un primo nucleo di sperimentatori, associazioni e alcuni enti locali impegnati nella nascita e nella diffusione di esperienze importanti volte a rendere accessibili e riutilizzabili i dati prodotti dalle pubbliche amministrazioni.

È un’impresa epica, certo, e i ritardi tecnologici che rallentano la nostra società non aiutano. A dirlo non sono i soliti pregiudizi, ma un un rapporto di Open Knowledge Foundation, pubblicato in occasione del G8. L’Italia si trova al settimo posto su otto per accessibilità dei dati pubblici, segue la Russia. Il problema, in Italia, non è solo numerico, ma anche qualitativo. Le pubbliche amministrazioni hanno avviato processi di Open Data solo per quanto riguarda dati poco rilevanti. Una delle poche realtà a puntare sulla trasparenze è l’Inps. Dopo aver lanciato la sezione Open Data nel 2012, da questo mese ha implementato il proprio sistema, e ha reso i propri dati maggiormente accessibili agli sviluppatori di applicazioni attraverso delle specifiche application programming interface, o API, applicazioni dedicate a un accesso veloce ai dati.

 

La trasparenza ha più di un vantaggio: il cittadino ha gli strumenti per scegliere, e farlo meglio, e le pubbliche amministrazioni, di fronte a problemi di dominio pubblico, sono obbligate a intervenire.

Questo riguarda realtà pubbliche come aziende private. A Torino la condivisione di una serie di dati pubblici ha portato alla creazione di un’applicazione che dà in tempo reale la disponibilità dei parcheggi. Le possibilità sono infinite, più dati ci sono, più idee possono nascere.

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