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Personal Factory, la start-up calabrese che cambia il mondo dell’edilizia

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Mettete insieme la Coca-Cola, il Nespresso e una stampante 3D, e avrete una delle start-up più interessanti nate in Italia negli ultimi anni, pur occupandosi di un prodotto non molto glamour, come la malta e i prodotti per l’edilizia.

 

È la storia, per molti versi esemplificativa di un certo genio italico che nasce da un ecosistema difficile, della Personal Factory di Francesco Vito Tassone. Ingegnere, 33 anni, calabrese, Francesco ha trasformato l’azienda paterna, specializzata in materiali per l’edilizia, in una piattaforma ipertecnologica che permette di produrre a domicilio non solo intonaci e la comune malta ma manufatti e oggetti in cemento, tramite una piccola macchina “impastatrice”, prodotta dalla sua azienda, e ricette e tutorial – in parole molto povere, perché il processo è molto più complesso – che si trovano in cloud sulla piattaforma aziendale.

 

Semplificando ancora, la macchina si chiama Origami 5, poiché è alla sua quinta generazione, ed è “uno stabilimento di produzione brevettato che in 6 metri quadrati conserva le materie prime, le dosa, le miscela insieme al compound chimico, insacca il tutto e traccia l’intera produzione” dice Francesco a L’Arancia. In pratica: vogliamo costruire un balcone, un muretto, oppure un pavimento? Non c’è bisogno di farsi trasportare sabbia e cemento e le altre componenti per centinaia di chilometri, non serve nemmeno un’impresa esperta: basta acquistare la Origami 5, il “compound chimico”, tutti forniti dalla Personal Factory di Francesco, e la macchina da sola mescolerà e produrrà ciò che ci serve. “Naturalmente dire malta è un’esemplificazione, perché si va dai prodotti impermeabilizzanti ai cementi speciali a manufatti come tavoli o lavandini, pavimenti, terrazzi o balconi” dice sempre Francesco. Comprando sabbia e acqua in loco si ha un notevole risparmio economico e, dal punto di vista ecologico, anche di Co2.

 

“Il principio è un po’ quello delle fabbriche della Coca-Cola sparse nel mondo” spiega Francesco all’Arancia: acqua e zucchero vengono acquistati localmente, mentre “l’ingrediente segreto” è prodotto solo dalla casa madre”. Le mini-impastatrici di Personal Factory funzionano anche un po’ come le caffettiere Nespresso, cioè solo con le loro cialde dedicate; e questo è un fattore non secondario nella strategia di Personal Factory, perché qui si guadagna “un po’ sulla macchina, un po’ sui consumabili”, un modello che ricorda anche il mercato delle stampanti per computer. E come le stampanti, le impastatrici Origami sono collegate in Rete. Anzi, “non possono fare nulla senza la Rete”; ricette, modelli, esperienze di chi ha già costruito sono tutte nella piattaforma di cloud computing dell’azienda: in ogni istante il singolo utente agisce collegato a un database che verifica qualcosa come 50.000 parametri; i 130 modelli standard dell’azienda, più 600 modelli fuori standard; i progetti già eseguiti, i commenti degli utilizzatori-produttori.

 

L’obiettivo è quello di “produrre con un dito, ovvero zero errori: il software è stato creato ascoltando i maggiori esperti nella produzione dei prodotti chimici per l’edilizia e la piattaforma monitora l’operatore impedendogli di commettere errori. Anche per le operazioni più complesse, sono state create delle procedure automatiche che permettono di eseguire l’operazione in pochi minuti” ci racconta sempre Francesco. Tutto questo con possibilità di personalizzazione infinite, qualcosa come 200 mila diversi prodotti ottenibili.

La storia di questa start-up – che ormai non potrebbe più definirsi tale, essendo ormai consolidata – parte nel 2006 con un primo progetto di ricerca insieme all’Università di Trento, dove Francesco si laurea; poi nel 2009 arrivano due fondi di venture capital che entrano nella società; e nel 2010 l’azienda è operativa. A luglio scorso, ci dice Francesco, è entrato un terzo fondo. Adesso l’azienda occupa 20 dipendenti, tra cui molti ingegneri, ma anche alcuni matematici e “persino qualcuno laureato in lettere classiche”. L’azienda investe oltre il 40% del fatturato in ricerca e sviluppo.

 

Strada tutta in discesa? Per niente: i primi passi sono stati duri: Francesco ha difficoltà ad avere finanziamenti: prova con dei fondi statali, che però non arrivano; le banche, come spesso accade, si rifiutano di fargli credito. Tocca ipotecare una casa di proprietà. La svolta avviene quando Francesco entra in contatto con il mondo delle start-up competition europee e con i fondi di venture capital, “un tipo di finanziamento che in Italia è molto raro”, dice.

 

Adesso però le soddisfazioni non mancano: Francesco negli ultimi anni ha visto entrare fondi per oltre 3 milioni di euro, e poi ha rilevato l’azienda del padre Giuseppe, fondata negli anni Ottanta e operante nel campo dei prodotti per l’edilizia ad altissima specializzazione. Adesso Personal Factory punta sui mercati di Russia, Brasile, Cina e India, con progetti super innovativi come un sistema a “materie prime zero”, dove cioè sabbia e altri componenti saranno ricavati direttamente da demolizioni di fabbricati preesistenti in loco. Un altro obiettivo è il mercato delle isole, tradizionalmente difficile dal punto di vista della logistica, ma potenzialmente molto interessante per questo tipo di business di produzione “a chilometri zero”. La storia di Francesco nasce a Simbarìo (Vibo Valentia), paesino di mille abitanti della Calabria, dove i trasporti non sono facili e il ricorso al credito nemmeno. Una storia tipicamente italiana, insomma, che parte paradossalmente da un contesto non dei più facili, più che da una situazione  alla “Silicon Valley”.

 

 

 

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