10dic

Pmi, una crisi che viene da lontano

Piccole imprese? Da inizio crisi, ne sono scomparse un quinto.

 

“L’olocausto delle pmi” emerge da diverse ricerche. In particolare da un dato contenuto nel Focus Bnl degli ultimi giorni e dal primo rapporto Cerved sulle pmi.  Secondo la ricerca del gruppo bancario, infatti, dal 2008, anno di esplosione della più grossa crisi dal Dopoguerra, in Italia il 25% delle pmi è stata coinvolta in fallimenti, procedure concorsuali, eccetera. Per tornare ai livelli precedenti il 2008 – se mai si tornerà – ci verrà molto tempo; dice il rapporto che “non si torna ancora a una vera ripresa”; i dati, elaborati anche sul primo rapporto Cerved delle Piccole e medie imprese, mostrano che “la crisi ha avuto ricadute significative sulla natalità delle imprese; è diminuito il numero mentre la percentuale di quelle arrivate a superare i tre anni di vita è sceso dell’8,5%”.

 

Ma il tema più interessante è un altro: il disastro italiano, infatti, ha radici più antiche della crisi. “Una parte di queste imprese” recita infatti la ricerca “era già in difficoltà nel periodo pre-crisi”. La crisi italiana si conferma dunque atipica e non direttamente collegata alla grande crisi partita negli Usa: del resto basta guardare ai dati storici; già nel 2004, ben lontani dai tempi degli scatoloni Lehman, i dati Istat sul fatturato e sugli ordinativi dell’industria, crollavano entrambi di oltre il 6% sull’anno precedente, mentre si poneva il tema della produttività e della competitività delle imprese italiane, soprattutto delle piccole e piccolissime, che rappresentano il 99% del tessuto imprenditoriale italiano.

 

Ancora nel 2004 l’allora direttore del servizio Studi della Banca d’Italia, Salvatore Rossi – oggi direttore generale di via Nazionale – scriveva sulla rivista Il Mulino: “negli anni ’70 e ’80 si affermò il modello di specializzazione centrato sul made in Italy e sostenuto da imprese “nane”: piccoli battelli corsari, semi-invisibili al fisco e al sindacato, spesso raggruppati in flottiglie (i distretti) per meglio difendersi dal mare aperto della concorrenza internazionale, che offrivano al mondo prodotti di nicchia. Un modello che ha consentito al Paese di conservare, anzi di accrescere, la sua prosperità in tutti questi anni. (…) Il guaio, ora, è che è radicalmente mutato il contesto tecnologico. La comparsa del nuovo paradigma produttivo centrato sulle tecnologie cambia le carte in tavola, spariglia i giochi, rovescia i tavoli. Per restare nella precedente metafora marittima, è come se le grandi flotte dell’economia mondiale (gli Stati Uniti in testa) avessero compiuto un’ampia virata verso mari più pescosi, mentre la flottiglia dei nostri barchini, privi di radar, ha tirato diritto, iniziando una deriva in acque sempre più povere”. Insomma, una crisi che lungi dall’essere globale ha caratteristiche precise nazionali, e che viene da lontano. Ecco spiegato anche perchè ormai quasi tutti i paesi dell’area euro sono fuori dalla recessione, mentre l’Italia non intravede la luce in fondo al tunnel.

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