13nov

PorcoVino, quando il Giappone brinda italiano.

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Che cosa hanno in comune il discendente di un presidente della Repubblica e uno dei primi Internet manager italiani? Il Giappone, e il vino. Giovanni Segni e Giulio Concas sono infatti gli “inventori” di PorcoVino, start-up tutta italiana che punta però tutto sull’esportazione di alimentare di alta gamma in Giappone.

 

“Abbiamo iniziato nel 2010 da un’idea preesistente” dice Giulio a L’Arancia “ma abbiamo cominciato a vendere effettivamente da inizio 2013”. PorcoVino ha fatturato nei primi mesi dell’anno circa 200 mila euro, tutti nel paese asiatico.

 

“Il business model è particolare: un e-commerce con marchi in esclusiva, in un paese maturo che non acquista per brand celebri o al contrario per prezzi bassi, ma punta sulla qualità intrinseca dei prodotti” spiega sempre Giulio, che della società è responsabile operativo, a fianco di Giovanni, che è invece amministratore delegato. Giulio ha 49 anni e oltre a essere stato nella squadra iniziale di Tiscali è anche docente di Applicazioni Web all’Università di Cagliari.

 

“Il modello di business di PorcoVino” continua Giulio, “prevede in primo luogo l’esclusiva,  per cui non troverete nel nostro catalogo un Sassicaia né altri marchi famosi; trattiamo solo aziende che non sono importate da altri in Giappone. Però troverete invece molti Tre bicchieri del Gambero Rosso” dice sempre Giulio a L’Arancia. L’idea di puntare sul Giappone poi non è casuale: “rispetto alla Cina, per esempio, è un mercato maturo, con clienti che sanno scegliere”. E importante anche è l’esperienza pregressa di Giovanni Segni, erede di una storica famiglia di politici sardi, che per Yoox ha lavorato in passato proprio in quel paese. Altro segreto di  PorcoVino, è la centralità del magazzino, e il supporto dei produttori. A differenza di altre aziende di e-commerce, infatti,  la start-up sarda acquista i prodotti e non li tiene in conto vendita. Soprattutto, riesce a evadere gli ordini nel giro di 24 ore. Se un cliente ordina una bottiglia oggi, domani la riceverà a casa, in Giappone. Miracoli? No, piuttosto il risultato di avere un magazzino sempre rifornito con sede a Tokyo, costato 200 mila euro.

 

Un’altra caratteristica di questa start-up molto particolare è dato dal ruolo della “narrazione”; “ci sono due tipi di esperienza di acquisto quando compriamo un vino” dice ancora Giulio: “quello veloce, da supermarket, e quello da enoteca, dove ci interessa non solo il prodotto ma anche che ci venga raccontata una storia, dunque la provenienza, lo storytelling. PorcoVino rientra in questa seconda tipologia, ‘anti-supermarket’, e infatti il sito, che è in giapponese, è disegnato come un grande borgo italiano, dove a ogni luogo corrisponde un prodotto”.

 

Dal punto di vista finanziario, PorcoVino è nato grazie a un sostegno iniziale di ricerca della Regione Sardegna, intorno al quale si sono poi coagulati una serie di business angels, per arrivare a una cifra totale intorno al milione di euro di capitale investito. Ma il nome? “E’ chiaramente un nome emozionale. È un po’ un acronimo tra porco, che richiama per i giapponesi il film d’animazione di culto Porco Rosso; dall’altra sottolinea la parola vino, per distinguere quello italiano dal french wine, il vino francese che sui mercati internazionali va per la maggiore. Anche se, udite udite, “nel 2012 il vino italiano ha per la prima volta superato come vendite quello francese”, conclude Giulio. Almeno, in Giappone.

 

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