28gen

Quando non c’è ricerca, ci sono le start-up

La ricerca è innovazione e l’innovazione è idee. Tradotto, ‘ricerca’ significa impresa. Le aziende innovative lo sanno, e negli anni hanno capito che il mercato, e la ripresa, non si raggiungono per caso. Da alzare, non è solo la quantità dell’impegno, ma anche la qualità. Sto parlando di tipologie di azioni, e cioè di quell’asticella che segna la concreta competitività di un’idea di impresa. I progetti che lo testimoniano in Italia sono tanti. 

 

In ordine, stando al criterio ‘recenti’, ci sono i 16 ad alta efficienza energetica presentati da 14 imprese padovane alla Regione Veneto con l’assistenza di Confindustria Padova, nell’ambito del Programma operativo regionale 2007-2013 Energia del Fesr finanziato con 23,8 milioni di euro. Poi c’è il Consorzio Roma Ricerche e Enterprise Florida, che in collaborazione con il Polo Tecnologico Industriale Romano, hanno siglato a Miami un accordo di collaborazione per supportare l’investimento e lo sviluppo di nuove imprese ad alto tasso di innovazione tecnologica.

 

La verità è che il peso della manifattura europea, e di quella italiana, è tanto. Quando si parla di ricerca siamo i primi, le nostre teste sono tra le più richieste, soprattutto in materia di high-tech. Le basi ci sono, poi però qualcosa si blocca, e quel passaggio che va dalla ricerca all’azienda non arriva a niente, o meglio, arriva all’estero.

 

Il paradosso è che tra tutti, i ricercatori, sono quelle figure che nell’universo innovazione hanno più vantaggio occupazionale, nel mondo come da noi. La sede americana di Apple dà lavoro a migliaia di ricercatori altamente qualificati. Poi realizza la produzione quasi interamente in Cina e in altri paesi emergenti. Risultato: i ricercatori a noi, gli operai dove costa meno. Non è una bella cosa, anzi, tutto il contrario, ma a chiederlo è il mercato, e se c’è qualcosa di indicativo in tutto questo è che in un mondo votato all’innovazione, sono gli innovatori a farla da padrone, anche quando si parla di occupazione.

 

Peccato che in questi primi mesi del 2014 si sia già capito che la spesa per la ricerca, in Italia, non accenna a capirlo. Rispetto al 2012, caleremo del 1,2%. “Il 2014 sarà l’anno dei giovani ricercatori”, così aveva detto la ministra dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza lo scorso agosto, peccato che per recuperare anni di tagli e non-interesse, di anni, non ne basterebbe uno, ma una decina, o più.

 

Il problema è che a non capirlo siamo solo noi. Lo scorso 14 gennaio lo European Research Council ha annunciato l’assegnazione di 312 borse di studio a scienziati europei. Un bottino da 575 milioni di euro con quote di investimenti che vanno da 1,84 ai 2,75 milioni a testa. Noi italiani ne abbiamo vinte 46, circa il 15 per cento del totale.

 

La verità, non è solo che la ricerca in Italia non ha fondi (vero), o che i ricercatori, di conseguenza, preferiscono andare altrove (verissimo), ma è che la mancanza di ricerca condiziona il mercato in quelle che sono le sue fondamenta, e cioè l’occupazione. Tu Italia non investi in ricerca, i ricercatori vanno dove questi investimenti ci sono, e tu, Italia, ti ritrovi vittima di un sistema in cui non trovi ricercatori da incamerare nel sistema economico. Quindi cosa succede? Niente, che i ricercatori fanno ricerca fuori e fuori ci restano.

 

Le imprese competono sempre più in termini di capacità innovativa. Scoprire nuovi mercati, sviluppare nuove idee, migliorarle, capirle e portarle avanti. Chi lo fa se non la ricerca? Il capitale umano, i ricercatori, la conoscenza, la capacità innovativa sono risorse strategiche. Lo si dice da sempre. Padova, Roma, Miami. Le iniziative sono sempre di singoli. Il sistema Paese va al traino. Che dire, meno male che ci sono i piccoli.

 

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