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Se la crisi fa bene alle start-up (almeno, in Spagna)

 

La crisi? Fa bene alle start-up. A scriverlo è il prestigioso Wall Street Journal in un editoriale dedicato alla Spagna.

Un Paese dove la situazione economica rimane molto pesante; con una disoccupazione al 26,2% – ma quella giovanile arriva al devastante 53,2% – eppure qualcosa si muove. “È qualcosa di non scontato, ma è in atto un cambiamento sostanziale” dice al Wsj Marcel Rafart, investitore di Nauta Capital VC Partners, fondo di venture capital di Barcellona. “La Spagna storicamente non è mai stata un posto molto business friendly o attento alle motivazioni dell’impresa. Il carattere latino, opposto a quello anglosassone, non è aperto alla possibilità del fallimento”.

 

Ma ora qualcosa sta cambiando. Paradossalmente grazie alla crisi perché “prima, il mondo degli affari spagnolo era molto chiuso. Le famiglie e le imprese investivano nell’immobiliare e in Borsa. Punto. Con le conseguenze che sappiamo: bolla immobiliare e crisi.” Adesso cos’è cambiato? Da una parte il dato culturale: “qualche anno fa chi si fosse messo in proprio veniva guardato come un matto, adesso invece è visto come qualcuno coraggioso che accetta di correre dei rischi, e che per questo va rispettato”.

 

Anche l’atteggiamento degli investitori si è modificato; nessuno più si fida della Borsa o del mattone, con la conseguenza che sempre più persone guardano al mondo del venture capital e delle start-up come possibilità per investire.

 

Ma anche a livello pratico l’interesse per le nuove imprese è molto più alto: “si guarda alle start-up come unica soluzione per creare qualcosa di nuovo, creare soprattutto occupazione. E il governo spagnolo sta dando una mano” scrive sempre il Wsj. Per esempio, puntando molto sulla flessibilità del lavoro, che per chi intende rischiare una sua impresa è il fattore determinante. Il governo del premier Mariano Rajoy l’anno scorso ha varato una riforma del lavoro per tra le varie misure, le piccole aziende possono assumere giovani con sgravi fiscali, e licenziare più facilmente. Grazie al nuovo clima e ai provvedimenti del governo, in molti ora sono pronti a scommettere che Barcellona diventerà una delle città europee più interessanti per le start-up di qui al 2020.

 

E l’Italia? Sebbene con un tasso di disoccupazione “solo” del 12,2% (e giovanile al 40%), il clima generale di sfiducia nell’economia “classica” delle grandi imprese, che sempre più finiscono all’estero, peraltro, sembra non molto dissimile da quello spagnolo. Con un po’ di creatività italica, qualche misura mirata da parte delle istituzioni e qualche sgravio fiscale, potremmo avere anche noi buone chance per diventare protagonisti del settore.

 

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