18set

Si torna a scuola: sul fronte impresa, Italia bocciata.

Siamo più indietro dell’Azerbaigian, dell’Oman, del Ruanda e del Kazakistan.

In che senso? Nel senso del grado di “libertà” del nostro sistema economico. Fare impresa in Italia insomma è più difficile che in un paese africano o dell’ex Unione Sovietica. Non è un bluff, lo dicono i dati appena pubblicati sul rapporto “Index of Economic Freedom 2014”, redatto dalla “Heritage Foundation” in collaborazione con il Wall Street Journal.

 

Secondo l’annuale classifica della libertà d’impresa, l’Italia è 86esima (su 178) paesi presi in considerazione, con un punteggio di 60,9 centesimi.

Ci battono anche Paraguay, Arabia Saudita, Samoa (sic). Quali sono le cause di questa performance imbarazzante? Innanzitutto la corruzione: qui ci piazziamo praticamente un 4 in pagella (38,5 su cento di punteggio) dietro Namibia e Cuba. Prendiamo un bel 5 in quanto a mercato del lavoro (52,5 su 100) e strappiamo la sufficienza (60 su 100) sulla regolamentazione bancaria e finanziaria.

 

Ma a pesare sono soprattutto le tasse e la spesa pubblica: qui siamo tra il 2 e il 3 (25,6 su 100). Tasse troppo alte, dice il rapporto, in parallelo a una spesa pubblica pari al 50% del pil. “Nonostante ripetuti tentativi di riforma” continua la pagella, “riforme consistenti non sono state compiute, mentre l’economia rimane appesantita da interferenze politiche, corruzione, alto livelli di tassazione, e un mercato del lavoro rigido. A causa della complessità del quadro legislativo e dell’alto costo di portare avanti un’impresa, una parte considerevole dell’attività economica rimane nel settore informale”, cioè il nero, o il sommerso“. Andiamo bene. Insomma, bocciatura piena (o rimando a settembre in tutte le materie) per il sistema italiano: un quadro che spiega bene le nuove stime appena rilasciate dall’Ocse, secondo cui l’Italia è l’unica economia tra quelle del G7 ad essere ancora in piena recessione.

 

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