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Start-up: 5 consigli per non sbagliare da Fabrizio Capobianco

Fabrizio Capobianco è un mito di Silicon Valley, con quattro start-up al suo attivo, tra cui Funambol e Tok.tv.

 

E’ soprattutto il capostipite del modello duale, start-up con un piede in Italia e uno in America. “E’ il paradigma del pomodoro” spiega Capobianco a L’Arancia. “Se pianti un pomodoro a Napoli e uno in Norvegia, probabilmente quello a Napoli crescerà più velocemente e con meno sforzo. Così se devi fondare una start-up la puoi fare in Italia o in Silicon Valley (dove la Silicon Valley sarebbe Napoli). “Qui ti danno i soldi per cominciare, quelli per crescere, c’è un mercato per l’exit”. “Però c’è un problema: la risorsa più scarsa qui sono i talenti. Qui è impossibile assumere. Se gli ingegneri sono bravissimi  fondano la loro azienda, se sono medi vanno a lavorare per qualche start-up. Se sono pigri e vogliono fare la bella vita vanno a lavorare a Apple o a Facebook o a Google. Se sono scarsi, comunque vogliono degli stipendi bestiali e se la tirano da morire e vogliono i benefit da Silicon Valley tipo lo chef e la lavanderia e la piscina aziendale”.

 

Ecco allora l’idea: aprendo a Pavia il centro ricerca con 70 ingegneri e poi la sede generale, marketing e vendite a San Francisco. “Gli ingegneri italiani sono i migliori. Un altro vantaggio che hanno è che sono molto leali verso le aziende, non lasciano dopo un anno come qui, per andare da un’altra parte”. Un modello, quello duale, che ha fatto scuola ma che adesso con Tok tv è stato superato da quello di azienda liquida. “Mi sono reso conto che andava fatto un ulteriore passaggio, perché anche in Italia è difficile trovare 30 ingegneri tutti a Pavia. E gli italiani non vogliono cambiare città”. Ecco così l’idea di azienda senza ufficio, 15 persone sparse tra la Sardegna, la Sicilia, il Monferrato, e poi Londra, Cina. “E poi ci ritroviamo ogni tre mesi in qualche posto per stare insieme e siamo tutti più felici”.

 

Che consigli dai a uno startupper italiano che arriva in Silicon Valley?

 

Primo: “L’inglese. Se non sapete l’inglese state a casa. Una volta era venuto da me qui un ragazzo, l’ho portato da un venture capital, un disastro. Non sapeva esprimersi. Non per  l’accento, eh. Quello qui ognuno ha il suo diverso. Ma sapere la lingua è fondamentale, devi fare una presentazione perfetta, li devi emozionare”.

 

Secondo: “sapere che i VC i soldi li danno a chi ha già fatto fare loro soldi, o a loro amici, o a chi si sta laureando a Stanford o Berkeley e ha al massimo 25 anni. Gli startupper che arrivano qui dall’Italia hanno tra i 30 e i 40 anni in media, devono sapere che non saranno certo i primi della lista. I fondi sanno infatti che la startup-unicorno, quella da 1 miliardo di dollari, la fanno solo i ventenni, quelli che sbagliano e fanno incoscienze. Anche io, ormai la startup da un miliardo non la faccio più, ho la famiglia, il cane, la casa, non correrei più rischi, so gli errori da non fare”.

 

Terzo: capire il proprio mercato, e che tipo di azienda si vuole creare. “In certi casi chiedere soldi ai VC è un errore strategico. Bisogna capire se la propria start-up può sfondare, può diventare un’azienda da 1 miliardo di dollari nel giro di cinque anni, oppure se può diventare un’azienda che ti fa guadagnare bene, che puoi lasciare ai tuoi figli, ma che non cambia il mondo. In questo caso, sarebbe più opportuno parlare non di start-up ma di lifestyle business. E in questo caso i soldi non dovresti proprio chiederli”. E dove li prendo i soldi? “Dagli amici, friends, fool and family. Al limite li prendi in banca. Ma non dai fondi”.

 

Quarto: trovare il cofounder giusto. Ma è proprio necessario il cofounder? “Il problema è che le competenze che hai di solito sono limitate, e poi la pressione è talmente alta che devi avere qualcuno con cui parlare. Io la prima azienda ho sbagliato completamente il cofounder, lui era un ricercatore, non voleva fare il grande salto di qualità, voleva tenere l’azienda a lifestyle business. Anche con la seconda startup ho sbagliato cofounder, lui non voleva venire in America, non se la sentiva. Al terzo giro l’ho fatta con gente che conoscevo bene. Devi trovare quello che ti manca”.

 

Quinto, infine: come decidi le quote societarie? “Normalmente, chi mette più soldi”. Ma se nessuno mette i soldi e tutti mettono solo le idee? “Lì è una di quelle cose magiche. E’ come un matrimonio. Il mio suggerimento è: trovate qualcuno che conoscete da almeno dieci anni”.

 

 

 

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