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Start-up, anche in Italia arrivano gli “angeli”

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Start-up, nascere è bello, ma per andare avanti ci vogliono i capitali e la cultura di impresa adeguata.

 

Nel corso del 2012 il mondo dei finanziatori delle start-up ha immesso in Italia 170 milioni di euro,  tra universo del venture capital e business angel. Proprio questi ultimi stanno registrando un ruolo crescente nel mondo start-up.

 

Ne parliamo con Tomaso Marzotto Caotorta, Vice Presidente di Iban Italia. Questo acronimo, che ricorda il codice per effettuare i bonifici, denomina invece l’Associazione italiana dei business angels, nata nel 1999. Il suo compito è quello di sviluppare e coordinare l’attività d’investimento nel capitale di rischio in Italia e in Europa da parte degli “investitori informali”. Chiediamo subito a Marzotto: cosa si intende per investitori informali, e qual è la differenza tra angel investment e venture capital?

 

“Sono entrambi parte della filiera del venture, cioè del finanziamento a imprese nascenti” dice Marzotto. “Però gli angel si occupano della primissima fase, allo stato di idea o progetto per le start-up. Comunque diciamo da zero fino al terzo anno di vita. Anche per quanto riguarda l’entità dei finanziamenti si tratta di cifre diverse: un angel normalmente eroga tra i 30 e i 500 mila euro. I fondi di venture solitamente molto di più. Un’altra differenza ancora è che i fondi investono soldi di altre persone, mentre un angel investe i propri. Di qui, la maggior velocità nelle nostre decisioni, e anche un ruolo più preciso dell’investitore: noi abbiamo un coinvolgimento personale più forte, c’è una responsabilità di gestione, una forte condivisione con lo startupper. Diciamo che l’angel porta in una start up non solo il capitale, ma anche altre due “C”, cioè conoscenza e competenza”.

 

Ma come funziona l’accesso a un angel? Come ci si rivolge a voi?  “Innanzitutto lo startupper deve avere un progetto innovativo e con un forte potenziale di crescita” dice Marzotto. “E inoltre, cosa importante, deve avere un’idea su come prefigurare la exit dell’angel – cioè il momento in cui l’investitore esce dall’azienda, valorizzando il capitale investito”. Lo startupper deve chiedersi anche, sinceramente, se ha davvero voglia e intenzione di condividere un progetto di impresa con un socio che non è solo un finanziatore ma un compagno di strada che lo affiancherà attivamente”.

 

Per quanto riguarda le procedure pratiche per chi volesse entrare in contatto con gli “angeli” di Iban, c’è una apposita sezione del sito dell’associazione, in cui sono spiegati i passaggi per presentare un progetto di impresa efficace; che si dovrebbe tradurre in 3-4 pagine di un executive summary che viene poi esaminato dai vari angel. “Di quelli che arrivano, solo pochi vengono presi in considerazione e ancora meno arrivano a essere finanziati” dice Marzotto” perché, spiega, “spesso i progetti sono incompleti o inadeguati. Diciamo che un terzo viene preso in considerazione, e 4-5 su 100 arrivano ad essere finanziati”.

Il tema della qualità delle start-up sta a cuore agli “angel” italiani

per esempio, per quanto riguarda le start-up innovative, quelle iscritte nei famosi registri speciali delle Camere di Commercio, “si conosce il numero – che recentemente ha superato quota mille in Italia – ma non la loro qualità”; e l’Iban auspica proprio da parte delle Camere di commercio un ruolo attivo nel capire meglio quali sono le potenzialità di queste imprese, anche per poter comprendere meglio quali sono finanziabili e quali no. E poi, ricorda Marzotto, l’aspetto centrale è quello della crescita: “oggi definirsi start-up è facile, tutti lo possono fare, ma poi per avere successo servono comunque capitali e cultura di impresa. E magari le sinergie con qualche grande gruppo. Non si può pensare che il proprio brevetto necessariamente porterà a una grande azienda in grado di competere coi colossi del settore. Magari sarà assorbita, o venduta; ma qui servirebbe una maggiore sensibilità anche da parte delle grandi imprese verso le start-up stesse”.

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