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Start-up: i 10 consigli di un italiano (di successo) in Silicon Valley

articolo pubblicato sul Foglio.

 

San Francisco. Luigi Congedo ha 27 anni ed è un venture capitalist napoletano, da anni in Silicon Valley. Lavora a Bootstraplabs, uno dei più interessanti fondi di San Francisco, che investe oggi soprattutto in intelligenza artificiale. E’ laureato in Economia aziendale alla Federico II di Napoli, poi Erasmus in Spagna, master in International business a San Francisco. “Ho fatto uno stage a Samsung Developers, la conferenza degli sviluppatori del gruppo coreano, ho capito che il mondo delle grandi aziende non mi piaceva”, dice al Foglio. “Poi sono stato assunto da Radium One, big data company specializzata nella pubblicità, che dentro a sua volta aveva una start-up per la pubblicità sul mercato mobile. Un contesto stupendo, un team di cinque persone. Dopo quattro mesi che lavoravamo giorno e notte, una cosa molto esaltante, una mattina il direttore mi dice che non stiamo registrando i risultati sperati dunque chiudiamo il progetto. Ma ti mettiamo su un altro, mi dicono”.

 
Dunque ecco il primo errore comune da non commettere in Silicon Valley: non fissarsi troppo su un progetto, essere pronti a cambiare. Il secondo consiglio riguarda un tema di cui non parla mai nessuno, quello di avere un visto di lavoro, che paga la tua compagnia. “Il visto a un’azienda costa tra i cinque e i diecimila dollari, tra avvocati e tutto, inoltre non è assicurato che pagando tu lo ottenga, perché è una lotteria. Poi devi avere i cosiddetti special skills, caratteristiche speciali, laurea, specializzazione, eccetera. Se poi lo ottieni, a quel punto l’azienda ha un potere contrattuale enorme su di te, perché se qualcosa va male tu hai un mese per lasciare il paese. A meno che non trovi un’altra offerta di lavoro che coincide col tuo profilo, e la nuova azienda deve ripagare i costi pagati dalla prima, insomma è un incubo. Il paradosso è che per la legge americana comunque io con il mio attuale visto lavorativo potrei per esempio fondare una azienda qui, ma non ci potrei lavorare”.

 

Luigi poi è entrato a Bootstraplabs, fondo “nato otto anni fa da Nicolai Wadstrom, imprenditore seriale, ha fatto una Ipo in Svezia, poi ha iniziato a fare l’angel investor e si è reso conto che dare soldi alle aziende spesso non basta per vederle crescere, così si è messo fare quello che lui chiama “parallel entrepreneur”. “Siamo venture builder, supportiamo le start-up sotto vari aspetti”. Perché è importante l’intelligenza artificiale? “Non è importante, è obbligatoria, senza questa l’informatica non ce la può fare, perché oggi ci sono troppi dati, troppe funzioni in giro. Si è passati dal creare un numero sempre maggiore di informazioni coi big data, al bisogno di una dieta, una maggiore efficienza nel processare i dati e farli ‘digerire’ alle macchine. Grazie a computer che processano una quantità di dati enorme, in remoto, e cloud computing, ogni smartphone potenzialmente è una intelligenza artificiale”.

 
Altri errori da startupper fai da te. Terzo: “Sviluppare qualcosa senza guardare al mercato. Succede tantissime volte soprattutto con le start-up europee. Arrivano col loro bel business plan in Excel mentre qui parti da un’intuizione, e poi cerchi di validarla col minor costo possibile prima di strutturare un business plan dettagliato. Vuoi fare una start-up per la vendita di caffè? Metti su il tuo banchetto e vedi se lo comprano. Vuoi fare un noleggio online di scooter? Spendi mille euro per un sito e lo pubblicizzi su Facebook e vedi qual è il tasso di risposta. Prima di investire su una nuova tecnologia è importante capirne il market size”. Quarto errore: “Quelli che hanno un’idea e subito spendono molti soldi per brevettarla prima di validarla”. Cinque: “i premi e le competition non servono a niente, qui”. Sei: “La ricerca del fatturato troppo presto”. Sette: “spendere tutti i soldi per sviluppare le app in outsourcing, mentre i soldi vanno spesi sulla squadra, è quella che fa la differenza nel lungo termine, dando premi e stock option”.

 

Altro errore: “Il tech tourism, venire qua tre mesi e provare a contattare il venture capital, non ti si fila nessuno. Bisogna creare una relazione online prima di venire qui, su Linkedin, oppure molti venture capitalist hanno un loro blog, quello è un buono strumento per contattarli. A noi ci contatta chiunque, spesso senza capire quello che facciamo, si vede che non hanno fatto la minima ricerca”. Nove: “Non bisogna cercare solo di far entrare un venture capital, ma bisogna stare attenti a chi entra in capitale. Qualcuno che ne capisce e ti aiuta a raggiungere gli obiettivi. Dieci: occhio a cosa firmate, “a volte si accettano termini senza guardarli, e non si ha la minima idea delle clausole, per esempio cosa succede in caso di liquidazione o di acquisizione. Arrivano da noi casi disperati, team eccellenti con un prodotto fantastico, ma con situazioni societarie negative. Per esempio quando hanno partecipato a un programma di accelerazione e hanno dentro un investitore che non solo non ha investito un centesimo ma controlla pure il 20 per cento. Oppure ancora l’investitore che ti dà un milione, e tu dici wow, un milione, però valuta la tua azienda 2 milioni, cioè ti prende il 50 per cento; e se cedi il 50 per cento al primo round sei morto. Una start-up ha bisogno di raccogliere capitale più volte nella sua vita per crescere. Che gli darai la seconda volta al prossimo investitore?”.

articolo pubblicato sul Foglio. 

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