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Start-up, il grande ritorno

Start-up, chi era costei? Sembra di essere tornati agli anni Novanta tanta è la febbre da impresa innovativa. Se ne parla in tutto il mondo, non solo (naturalmente) nella Silicon Valley. In Francia, per esempio, nei giorni scorsi ha fatto scalpore il movimento dei “Pigeons”, i Piccioni, gruppo di piccoli imprenditori del web che si sono autoconvocati su Facebook e Twitter per protestare contro le misure del governo relative alla tassazione sulla vendita di rami d’impresa. I Piccioni hanno un’età media di 32 anni e guadagnano al massimo 2,6 volte i loro dipendenti, con imprese che crescono del 24% annuo. La Francia del resto ha una tradizione di eccellenza nel campo delle start-up, e i diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno favorito la nascita di queste imprese con strumenti come agevolazioni fiscali. Le start-up che nascono qui sono circa 1.000 all’anno, con una quindicina di fondi di venture capital che investono nel settore circa 200-300 milioni l’anno.

Le città fanno a gara a creare ambienti ospitali per le nuove imprese giovanili: Parigi ha recentemente creato 70 mila metri quadri di alloggi con affitti calmierati per nuove attività d’impresa, e 1.800 operatori del settore.

La grande rivale naturalmente è Londra, con 1.200 giovani impiegati in start-up. Qui, dopo la febbre delle dot-com, e  dopo le esperienze degli incubatori, cioè luoghi dedicati a imprese con business simili, adesso è il momento degli acceleratori, cioè contesti di lavoro “chiavi in mano”, forniti da privati che forniscono anche capitali e soprattutto un coaching per i primi passi. Si tratta di sviluppare molte idee di business a bassissimo costo, grazie anche al crollo dei prezzi delle tecnologie, con un team di esperti che supervisiona, segue i primi errori, re-indirizza. Un’azienda come Telefonica per esempio a Londra ha un suo acceleratore dove fornisce a progetti selezionati una base di 50 mila euro, sei mesi di ospitalità e di coaching e il tutto in cambio di una quota del 10% nell’impresa che nascerà. Secondo il Financial Times, ci sono circa 123 acceleratori nel mondo, con un trend in crescita.

E in Italia? Siamo indietro.

Secondo i dati presentati qualche giorno fa dall’Osservatorio start-up del Politecnico di Milano, si investe un settimo rispetto alla Francia, un quinto rispetto alla Germania e al Regno Unito e la metà rispetto ai paesi del nord come Svezia, Finlandia e Norvegia. Nei primi nove mesi del 2012 in Italia si sono registrate 29 operazioni di investimenti in startup per circa 20 milioni di euro, con una leggera flessione di quelli nel comporto mobile (13 su 29, nel 2011 erano stati 20 su 44). Proprio la Fondazione del Politecnico di Milano ha presentato nei giorni scorsi Poli Hub, una struttura che è insieme incubatore e acceleratore, con l’obiettivo di creare in zona Bovisa un distretto in grado di seguire la creazione di circa 200 start-up con la compresenza di aziende che hanno già raccolto capitali da venture capital e con significative sinergie. L’accesso è aperto a tutti, ma startup che hanno già ricevuto finanziamenti da venture capitalist, business angel o incubatori avranno una corsia preferenziale, mentre tutte le altre dovranno passare al vaglia dei docenti del Politecnico, che per il momento non investirà nelle aziende. Una decina di posti sono già stati assegnati ai progetti che hanno raccolto grossi investimenti negli ultimi mesi. In un momento di profonda crisi come questo, è interessante notare come (si stima) 300 milioni di euro investiti in start-up porterebbero in un decennio a un impatto sul pil di circa 3 miliardi di euro (pari allo 0,2% circa).

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