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Start-up, il modello italiano alla rivoluzione

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Intervista a Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del ministero dello Sviluppo economico.

 

“Le start-up non sono una nicchia, non sono una moda, ma rappresentano invece un tassello fondamentale della politica industriale del Paese”. Lo dice a L’Arancia Stefano Firpo, 40 anni, capo della segreteria tecnica del Mise, il ministero dello Sviluppo economico, l’uomo a capo della “task force start-up” del Governo.

 

“Quello delle start-up in Italia poteva rivelarsi un flop” dice Firpo. “E invece abbiamo già quasi 1.800 start-up innovative iscritte al registro imprese a cui se ne aggiungono dalle 30 alle 40 ogni settimana”.  A un anno e mezzo dall’introduzione del pacchetto di misure agevolative a favore delle start-up (previste nel Decreto Crescita bis) il ministero dello Sviluppo economico ha fatto il punto in una Relazione al Parlamento dalla quale emerge una realtà in movimento fatta di 1800 imprese innovative. Un risultato importante secondo Firpo. “Basti pensare che i fondi di venture capital si aspettavano dall’Italia un flow di nuove società compreso tra 1.500 e 2.000, dunque siamo perfettamente in linea con le attese”. Però l’Italia, sottolinea l’economista, deve trovare la sua strada senza scimiottare modelli stranieri.

 

“È vero”  – dice Firpo a L’Arancia  – “c’è un po’ di moda delle start-up, ma tutti i governi si stanno attrezzando: Londra, Berlino, Barcellona. Nelle grandi aree metropolitane si sta consolidando questo  mondo, che poi a seconda delle specializzazioni territoriali si declina nel digitale, nei servizi, eccetera. Però è importante sottolineare che è non è un mondo a parte; è un mondo che si sta integrando con l’industria tradizionale”.

 

E qui entra in gioco il fattore-Italia.

“Da noi molte industrie classiche non riescono a star dietro come innovazione, per esempio al mondo social, all’e-commerce, e possono utilizzano le start-up per esternalizzare funzioni una volta interne. Anche buona parte della ricerca e sviluppo può essere affidata a start-up. In questo la struttura industriale peculiare italiana lungi dall’essere una zavorra può essere un plus” spiega Firpo.

 

“Non ci interessa tanto creare la nuova Facebook” continua il capo della task force del Mise. “Ma piuttosto quello che manca al nostro tessuto industriale diffuso è un banale upgrade tecnologico.  Se noi anche solo tramite le start-up riuscissimo a digitalizzare meglio le nostre imprese, utilizzare meglio l’ecommerce, far comprendere che il cloud computing può servire a cambiare modelli gestionali e di business interni; utilizzare questo mondo sparuto per modernizzare il mondo dell’impresa… questo è l’obiettivo nostro”.

Non dunque trovare il prossimo Mark Zuckerberg.

“Certo potrebbe anche capitare, ma non è questa la nostra sfida. La sfida vera è: riusciamo con le start-up a diffondere tecnologie che in altri paesi sono molto più diffuse, anche perché noi abbiamo un ritardo importante”. “Noi” continua Firpo “abbiamo molto più da guadagnare in termini di produttività e competitività se – dico dei numeri a caso – mille pmi iniziano a fare seriamente un po’ di e-commerce fatto bene piuttosto che una start-up diventi la Yoox di turno”.

Se agevolare il rapporto tra impresa esistente e start-up è dunque uno snodo fondamentale, quali sono i settori su cui puntare?

 

“Information technology, manifattura, design, biotech, internet delle cose, agrifood; green economy” dice Firpo a L’Arancia. Mentre sul fronte pratico, le misure per agevolare la nascita e la crescita di start-up innovative ormai ci sono, o sono in dirittura d’arrivo, e anche queste fanno parte della rivoluzione in corso.

 

Tra queste, ricorda Firpo, ci sono: i bonus fiscali; è in vigore da qualche giorno la legge per cui chi investe capitali in start-up innovative ha diritto a una deduzione del 25% se persona fisica e del 27% se società; tra le altre agevolazioni sono previsti oneri azzerati di costituzione e registrazione presso le Camere di commercio con l’esenzione dall’imposta di bollo e dai diritti di segreteria, oltre che dal pagamento del diritto annuale. Le start-up possono poi approfittare di un credito di imposta del 35% per assumere personale altamente qualificato.

 

Le start-up possono poi pagare i collaboratori con stock option e i fornitori di servizi esterni (come avvocati e commercialisti) attraverso il work for equity cioè pagando con azioni proprie.

 

Inoltre, siccome le start-up hanno spesso un problema di accesso al credito, c’è l’accesso semplificato, gratuito e diretto al Fondo centrale di garanzia, anche qui si registrano buoni risultati: “abbiamo registrato finora 40 domande di intervento del Fondo a favore di start-up innovative, che hanno a loro volta attivato circa 6,2 milioni di credito a favore di queste aziende” dice Firpo. Infine, ma non ultimo, dovrebbe arrivare a giorni il decreto sullo “start-up visa”, cioè un sistema semplificato per “importare” imprenditori che vogliano portare in Italia la loro start-up. E infine, sono da mesi in vigore le regole sull’equity crowdfunding, con l’Italia prima al mondo a dotarsi di questo strumento per le start-up che vogliono cercare finanziamenti online.

 

“Insomma, gli strumenti ormai ci sono, si tratta solo di saperli usare e comunicarli. E con le 1.800 start-up innovative già attive, significa avere 2.000 persone che hanno puntato sulla ricerca, sui brevetti, sulla tecnologia. Non è un dato banale. Si tratta di uscire dalla nicchia. E di rendere le start-up un pezzo fondamentale del rilancio del paese a livello di industria, occupazione, produttività”.

 

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