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Start-up o re-start? L’idea (che fa discutere) di un imprenditore

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“Non solo start-up ma anche e soprattutto re-start, cioè rilanciare la piccola e media impresa italiana, non necessariamente trovando i nuovi Mark Zuckerberg ma dando uno scossone al panorama decotto delle aziende di famiglia, che continuano a chiudere”.

 

È questa la proposta un po’ polemica lanciata da Luca Carbonelli, lo scorso 16 luglio su Chefuturo. Carbonelli è alla seconda generazione di una piccola azienda del caffè fondata dal padre nel 1981 a Napoli.

 

Su Chefuturo Carbonelli aveva scritto: 

 

Le grandi aziende italiane sono cognomi. Soffermandoci su ognuna di queste ci si addentra nelle vere dinamiche imprenditoriali, nelle difficoltà del cambio generazionale, quelle del mercato che ti costringe a differenziare l’idea da cui partiva un’impresa, quelle dei problemi legati al territorio in cui è  piantata. Insomma, le difficoltà dell’Impresa. E oggi invece basta navigare un po’ online e si capisce che quelli che dovrebbero essere i nuovi imprenditori, si pongono solo il problema della ricerca del business angel che investirà su di loro. E dov’è l’impresa? Dove sono le radici italiane nei nomi impronunciabili e talvolta insignificanti di quelle che dovrebbero essere le nuove imprese italiane, quelle innovative, su cui ci stanno facendo credere che dovrà basarsi la nostra nuova economia? In questi giorni è stato di voga su twitter l’hashtag #iorestoqui. Probabilmente perché ancora nessun investitore straniero ha puntato su di voi, o ancor più probabilmente resteremo davvero tutti qui, semplicemente cambiando i nostri piani, impostando un futuro basato davvero sulla forza del passato che ci ha visti protagonisti in Europa.

 

A L’arancia spiega meglio la sua idea: “Io non sono contro le start-up, ma vorrei che si effettuasse una selezione alla base. Che si portassero avanti discorsi, eventi e decreti davvero funzionali alla causa, e non come sta succedendo, purtroppo, far credere a tutti che la soluzione a questa crisi economica passi esclusivamente dalla parola start-up, che ormai pare diventato un fenomeno modaiolo. Tanti ragazzi credono oggi di affacciarsi al mondo del lavoro  anche solo parlando di start-up; Il che è deleterio se pensiamo che queste sono le basi della nostra futura economia.”

 

A supportare la teoria di Luca sono anche i numeri usciti nelle scorse settimane e ripresi qui su L’Arancia, che mostrano come anche con le novità e i benefici delle srl semplificate e delle srl a capitale ridotto i risultati reali di una nuova ondata di imprese tardano ad arrivare: Secondo i dati di dall’Associazione sindacale dei notai della Lombardia, infatti, il 60% delle 12.973 nuove società, tra Srl semplificate e a capitale ridotto, iscritte nel registro delle imprese al 31 maggio 2013, è inattivo, mentre il 90% delle società costituite ha dichiarato poi di non avere personale.

 

La mia domanda è – continua Carbonelli – ma perché non si prende parte dei fondi messi a disposizione del neonato ‘sistema start-up’ e si destinano alle pmi, per l’inserimento di stagisti, neolaureati, che possano effettuare concretamente la digitalizzazione di quelle imprese che stanno morendo ogni giorno?”

 

Carbonelli ricorda poi che “in Italia chiudono ogni giorno 35 aziende, una ogni venti minuti. Soprattutto nel commercio, asse portante del nostro sistema economico. Basta vedere le nostre città. A Napoli ogni giorno diversi negozi chiudono la saracinesca. E che in qualche caso per accedere a fondi e contributi qualche piccola impresa si deve ‘travestire’ da start-up. Non dimentichiamoci che da sempre l’Italia è retta dalle pmi. Dalla potenza del territorio. Dai prodotti artigianali. Oggi se leggiamo il comunicato stampa di una nuova start-up leggiamo un nome che o è un acronimo o un inglesismo dove è quasi sempre impossibile riconoscere l’ “imprenditore” ed il prodotto/servizio che offrono. Mentre i nomi dei brand di quelle imprese che hanno fatto grande l'”impresa Italia” porta tante volte il cognome di famiglia, un identificativo che poi nel mondo si imprime come Made in Italy. Perché allora, invece di affannarci sulle start-up, non pensiamo piuttosto a un re-start: rilanciare l’impresa italiana tornando a parlare di innovazione nell’accezione più semplice del termine (visto che tanti imprenditori ancora non ne hanno capito le potenzialità basilari), dando alle pmi la forza di rinnovarsi e rilanciarsi?”.

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