24set

Start-up, qualche riflessione contro i luoghi comuni

 

Start-up sembra essere diventato sinonimo di successo e tutta l’enfasi su questa parola e le speranze riposte in essa hanno fatto sì che per esempio gli Stati Uniti di Barack Obama si siano lanciati in un vasto programma di finanziamenti alle imprese super tecnologiche.  “Noi siamo la nazione che ha messo le automobili sulle strade e i computer negli uffici” aveva detto due anni fa il presidente Obama; “la nazione di Edison e dei fratelli Wright; di Google e Facebook”. In America, l’innovazione non cambia semplicemente le nostre vite. Fa parte di noi, è così che viviamo”.

 

Obama due anni fa aveva lanciato l’iniziativa Startup America con un fondo di 2 miliardi di dollari che, in 5 anni, sono destinati al finanziamento di progetti d’impresa meritevoli di fiducia e attenzione. A sostenere questo clamoroso investimento anche le statistiche che mostravano ad esempio che sarebbero state solo le start-up a creare milioni di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti.

 

Tutto l’hype sul fenomeno start-up ha creato naturalmente fenomeni imitatori al di qua dell’Oceano, e oggi non si contano più le start-up competition e i progetti più tecnologici per creare la nuova Facebook, magari in un ecosistema come quello italiano che non è proprio quello della silicon valley. Qualcuno anche lamenta che si sia persa per strada l’attenzione all’economia reale e alle piccole e medie imprese tradizionali, che magari non hanno i requisiti per accedere a fondi o competizioni.

 

Adesso anche dagli Usa, patria della start-up, arriva qualche riflessione controcorrente: a lanciare una provocazione è Krizstina K. Holly, esperta di tecnologia, consigliera dell’Amministrazione Obama e del World Economic Forum di Davos. Sulla rivista Forbes di questa settimana la Holly pone una serie di questioni spinose, tutte in base dall’assunto: e se avessimo sopravvalutato le start-up? Con alcuni punti di vista non banali.

 

Primo: i numeri stanno dimostrando che l’impatto sull’occupazione non è esattamente quello che ci si aspettava. Al momento di entrare nel terzo e quarto anno di vita, sono poche le start-up che davvero funzionano, riescono a sopravvivere e a creare lavoro.

 

Secondo, forse gli investimenti statali che i governi stanno facendo sulle start-up sono esagerati e tolgono risorse ad altri settori: nel Regno Unito, per esempio, si sono investiti 8 miliardi di sterline per finanziare start-up, più di quanto va a scuola e università. È giusto? È una scelta strategica corretta di lungo periodo?

 

Terzo, partire è bello, ma poi bisogna durare. Università, acceleratori, incubatori e compagnia bella vantano spesso i numeri delle start-up nate. Ma poi, quante durano sul lungo periodo? Il 40% chiude infatti entro il quinto anno di vita. Allora, bisogna porsi anche il problema della crescita: come far diventare start-up e piccole imprese aziende in grado di competere, investire in ricerca e sviluppo, affermarsi sui mercati internazionali.

 

Perché come scrive l’articolo di Forbes, “sono le start-up che crescono rapidamente, a creare occupazione, e non le piccole imprese”. Insomma, piccolo non è necessariamente bello. E  questo è un tema che tocca da vicino anche l’Italia, con la sua struttura di microimprese sottodimensionate; infine, uno studio dimostra che l’impatto occupazionale ed economico delle start-up è positivo solo se si inserisce in un sistema-paese moderno, che investe in ricerca e sviluppo e nel talento. In caso opposto, l’effetto è, al contrario, addirittura negativo. Anche qui, vi dice qualcosa questa affermazione?

 

Quelle della Holly sono comunque provocazioni: ma se nessuno mette in dubbio il valore del fenomeno start-up, è lecito domandarsi comunque se non stiamo attribuendo in generale troppe speranze a questa parola magica dalle presunte doti salvifiche.

 

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