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Start-up, quando conviene puntare sul brevetto

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Parlando di start-up, c’è un tema che spesso non viene considerato come dovrebbe: è quello dei brevetti.

Una start-up non deve avere infatti come unico obiettivo quello di ingrandirsi all’infinito; una soluzione interessante è quella di vendere i propri brevetti, magari ad aziende più grandi. Lo avevamo già scritto in un precedente articolo.

 

Il tema è particolarmente interessante, e ce lo conferma un’addetta ai lavori come Clizia Cacciamani, titolare insieme ad altri due soci di una “start-up” legale, uno studio che segue proprio chi vuole brevettare la propria idea. La sua società l’anno prossimo compirà 10 anni, si chiama Innova Partners e come racconta Clizia a L’Arancia è composta da due avvocati e un chimico. “Scelta quest’ultima che riassume bene il fatto che il 60% dei brevetti presentati ogni anno in Italia è proprio nella chimica e nella farmaceutica, mentre uno magari si immaginerebbe progetti meccanici”.

L’Italia, considerata un paese di inventori, in realtà vede un numero di brevetti basso rispetto ad altre realtà.

Per esempio, nel 2011, l’Italia ha registrato un numero di domande di brevetti europei pari al 15 per cento di quelli della Germania e al 41 per cento della Francia. Il numero di brevetti è basso, ci spiega Clizia, perché in Italia manca ancora una cultura del brevetto, che pure potrebbe portare molti vantaggi e ha un impatto anche sul mondo start-up. “Possedere la titolarità di un brevetto comporta immediati vantaggi come il poter mettere a bilancio un marchio, o un modello. Molti non ci pensano, ma spesso oggi i beni immateriali come un marchio o un design contano più che un capannone o i macchinari nei bilanci di un’azienda” continua Clizia.

 

In Italia questa cultura ancora manca; basti pensare in Italia si registrano circa 2.000 brevetti ogni anno, ed è un numero fermo da 10 anni. Mentre esistono finanziamenti pubblici dedicati a chi vuole registrare il proprio progetto che languono, come il piano Brevetti + o quello Marchi + dell’Ufficio Brevetti Italiano.

 

Per ribaltare questo quadro si punta molto sulle start-up. Del resto il possesso di un brevetto è uno dei requisiti per iscriversi ai registri delle start-up innovative.

Clizia e i suoi soci collaborano attivamente con le start-up, sia come consulenti che a livello universitario; lei stessa ha seguito più di 400 start-up nella sua attività di docente spin all’università di Bologna. Clivia spiega innanzitutto cosa si può registrare: si può tutelare un marchio, cioè un logo, per tutelare il nome; un modello (si tutela il design), o un brevetto, cioè una “soluzione tecnica a un problema tecnico”, spiega. Poi bisogna decidere se tutelarsi a livello italiano, europeo o internazionale.

Questo comporta diversi costi e procedure diverse.

“Ma la cosa fondamentale è che bisogna prima capire qual è il proprio mercato di riferimento” dice ancora Clizia; a quel punto si presenta la domanda, e da quel momento, se si sarà presentata solo in Italia, si avrà il monopolio – ma solo per 20 anni – di questa soluzione. Il brevetto non è rinnovabile, perché la legge accorda un favore limitato nel tempo a chi ha avuto un’invenzione geniale; è il caso dei farmaci generici, che altro non sono che farmaci “firmati” il cui brevetto è scaduto.

Un consiglio pratico molto importante: la legge prevede come requisito fondamentale quello della novità.

Dunque se avete un’idea, un progetto, un disegno già pronti, evitate assolutamente di parlarne in giro, di raccontarlo sul web, o in interviste. “Ci è già successo con alcuni ragazzi, che hanno perso la possibilità di brevettare perché avevano parlato del loro progetto in un’intervista” racconta Clizia. Ma anche in discussioni universitarie – “le tesi devono essere a porte chiuse” – oppure in fiere di settore: “se vedete stand chiusi, si tratterà certamente di presentazioni di progetti da brevettare a una platea minima di possibili investitori, proprio perché si vuole evitare di perdere il requisito della novità”. Altro consiglio pratico: fare un’attenta ricerca brevettuale; “perché se abbiamo un’idea geniale, e in commercio non vediamo magari quella soluzione tecnica che abbiamo immaginato, non vuol dire che non sia stata già brevettata. Spesso si brevettano progetti anche solo perché non siano prodotti da altri”.

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