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Start-up: se in Italia non crescono, “piccolo” non è bello

Le start-up italiane? Ci sono ma sono (gurda un po’) affette da nanismo. Lo conferma una ricerca svolta su cinque paesi da Startup Europe Partnership (Sep).

 

Sep ha preso in considerazione Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Italia, e 990 “scale-up”, cioè società che ce l’hanno fatta, raggiungendo – tramite fusioni, acquisizioni, o collocamento in Borsa – almeno 1 milione di dollari di capitalizzazione. Al primo posto della classifica (che riguarda solo società dell’information e communication technology, comunque il settore più vitale) si pone il Regno Unito (11,5 miliardi totali); poi c’è la Germania (6,6 miliardi, la Francia (3,6 miliardi). La Spagna vede una raccolta di 1,8 miliardi. E ultima, con volumi nettamente inferiori, l’Italia con solo 400 milioni di dollari. Il problema in Europa è che da noi “non si crea crescita come in altre parti del Mondo, per esempio la Silicon Valley” dice Alberto Onetti, presidente di Mind The Bridge Foundation e coordinatore di Sep (Start-up Europe Partnership).

 

Ma il dato italiano – per consolarci – mostra che nel 2014 c’è stata una accelerazione di fusioni e acquisizioni (11 nell’anno scorso, contro le 2 del 2013). Tra le operazioni più interessanti c’è l’acquisto della start-up Pixel da parte del gruppo Mutuionline. Pixel, acquistata per 58 milioni di dollari, è leader nella comparazione prezzi e nello shopping online (tra i suoi brand, TrovaPrezzi.it e ShoppyDoo.it). Un’altra operazione di scala europea è l’acquisizione di Facile.it (leader nelle assicurazioni online) da parte di Oakley Capital Investments. In generale, scrive il rapporto, i settori in cui l’Italia vede maggior vivacità nelle “exit” è quello dell’e-commerce e dei servizi d’impresa.

 

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