16feb

Start-up: se Silicon Valley emigra in Messico

Articolo pubblicato sul Foglio.

 

“Make America Mexico Again” recita un cappellino tra i più venduti nei negozi della Mission, quartiere ipergentrificato di San Francisco e molto ambito da geek antitrumpisti, ma ancora con robuste origini messicane. E però forse potrebbe non essere solo uno slogan: questa settimana il presidente della regione messicana di Jalisco, Aristóteles Sandoval Díaz, sarà qui in città per incontrare i leader delle tredici aziende più importanti di Silicon Valley oltre a una quarantina di startup.

 
Come scrive la rivista Foreign Policy, il governatore messicano della regione con capitale Guadalajara, nordovest del Messico, incontrerà una comunità crescente di imprenditori “che hanno espresso interesse a spostare a sud la propria sede”. Cresce infatti tra startupper e imprenditori vari l’idea di poter emigrare, e non è la solita protesta di intellettuali che annunciano un futuro ritiro in Canada: qui potrebbe succedere davvero; le difficoltà create dai provvedimenti antiimmigrazione di Trump si sommano alle esistenti carenze, come sovraffollamento, difficoltà di accedere ai finanziamenti, prezzi immobiliari alle stelle.

 

Sandoval da anni è un “advocate” molto attivo nella promozione internazionale del suo distretto, in cui sta sorgendo una startup community vasta e di alto livello (già Ibm, Hp, Oracle, Dell hanno uffici qui), che ospita il 40 per cento dell’industria hi-tech messicana ed esporta già ogni anno 21 miliardi di dollari tra manifattura e servizi hi-tech. Sono gli stessi Stati Uniti ad averla creata, coi fondi di venture capital che hanno riversato oltre 100 milioni di dollari qui. La regione è inoltre più sicura del resto del paese (dove ogni anno in media il 99 per cento dei crimini resta impunito) e dista solo quattro ore di volo, senza fuso orario, dalla California. C’è una classe media che parla inglese, ci sono meno differenze culturali che con l’India, tipica destinazione di outsourcing.

 

Inoltre, non solo le case costano un decimo, ma il clima è caldo come l’oceano, non gelato come a San Francisco. I prezzi al metro quadro a San Francisco sono ormai 1,5 volte quelli di Manhattan. Fare figli è impossibile: il numero di bambini è il più basso d’America (13 per cento del totale contro 21 per cento di New York, 120 mila bambini – numero stabilmente pari a quello di cani – su 865 mila abitanti, un record). “In Messico poi come startupper sei trattato in modo speciale, non come qui che sei uno dei tanti”, dice al Foglio Roberto Macina, ceo della startup Qurami, una delle più interessanti del panorama italiano, reduce da un recente viaggio in Messico. Infine la presenza del trattato Nafta (sempre se Trump non lo modificherà) garantisce libero accesso di capitali esteri, fluidità nei brevetti, visti di lavoro omogenei.

 

Per la Silicon Valley il fuggi-fuggi verso sud potrebbe essere una tragedia: da una parte negli Stati Uniti si moltiplicano le “valley” alternative: c’è la scena newyorchese, la “Silicon Alley”, c’è quella losangelina con “Silicon Beach” che ha prodotto tra le altre Snapchat. Adesso col Messico le cose potrebbero peggiorare anche e soprattutto se si verifica la temuta fuga di manodopera più o meno cervellotica. L’anno scorso, una ricerca della National Foundation for American Policy condotta su 87 “unicorni” cioè startup del valore di almeno un miliardo, ha mostrato che oltre la metà ha un cofondatore non americano; e che il 71 per cento ha immigrati in ruoli-chiave. Si rischierebbe uno spopolamento in un momento in cui i dati sull’occupazione non sono proprio ottimi. Le cifre rilasciate la settimana scorsa mostrano infatti che i posti di lavoro ad alta tecnologia nella Silicon Valley sono cresciuti solo del 3,5 per cento nel 2016, quasi la metà del 2015 (6 per cento) e del 2014 (6,4 per cento). Adesso, se ci si mette pure il Messico, non si sa dove si andrà a finire. Forse nel passato, a prima del 1850, data fatidica prima della quale la California apparteneva felicemente al Messico.

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