20mar

Tech&The City. Perché New York è meglio della Silicon Valley

 

Intervista doppia (anzi, quasi tripla) ad Alessandro Piol e Maria Teresa Cometto

 

La capitale mondiale delle startup? Dimenticare la Silicon Valley. È tempo di Silicon Alley. di questo sono convinti Alessandro Piol e Maria Teresa Cometto, autori di Tech and the city (Guerini e Associati, con prefazione di Carlo De Benedetti), guida alla città di New York che secondo loro prenderà (o ha già preso) il posto della west coast nel regno dell’imprenditoria innovativa.

Alessandro Piol è uno dei maggiori venture capitalist newyorchesi, socio di Vedanta Capital, e  particolarmente attivo nella scena degli startupper americani: laureato alla Columbia, con un Mba ad Harvard, è inoltre figlio d’arte. Suo padre è il mitico Elserino Piol, mente strategica della Olivetti per quarant’anni, poi finanziatore del primo operatore Internet italiano, Tiscali e di altre startup di successo come Yoox.

Maria Teresa Cometto invece molti anni vive a New York e da qui racconta la scena economica e tecnologica soprattutto per il Corriere della Sera. All’Arancia hanno accettato di raccontare questo loro libro, che è insieme una Lonely Planet per chi volesse stabilire un business nella Grande Mela – ci sono i nomi di 50 personaggi chiave: i fondatori delle startup più significative e interessanti nei vari campi, dai social media all’e-commerce, dal software alla manifattura digitale; investitori “angeli” e venture capitalist; gestori di spazi di coworking, acceleratori e incubatori; rappresentanti di grandi aziende come Google; docenti delle università cittadine, manager dell’amministrazione comunale e consulenti – e una guida sentimentale a una città che rinasce sempre dalle sue ceneri; il libro è in uscita in questi giorni in Italia e ne abbiamo parlato in occasione della presentazione romana al museo Maxxi.

Cominciamo con Alessandro, newyorchese doc (liceo, poi Columbia University qui in città, poi non te ne sei mai andato). Cosa contraddistingue New York come nuova capitale delle startup rispetto per esempio alla Silicon Valley?

Piol. Dunque. La Silicon Valley resta avanti, in termini di business e di esperienza accumulata: è quattro o cinque volte più grande di New York come volume di capitali investiti; Hewlett-Packard, l’azienda «madre» di tutte le successive generazioni di startup californiane, è stata fondata nel 1939 e Stanford, l’università che ha fatto da volano alla Valle, è nata nel 1891. Dunque Silicon Valley ha dalla sua diverse generazioni di imprenditori tecnologici. New York come scena di investimenti tecnologici è molto più recente. Anche se i trend oggi la danno vincente: dal 2007 al 2011 i posti di lavoro nel settore tecnologico a New York sono aumentati del 28,7% da 41.100 a 52.900, mentre sono diminuiti nei settori tradizionalmente forti della città come la finanza (–5,9%), l’editoria (–15,8%), i servizi legali (–7%) e la manifattura (–29,5%). Nello stesso tempo il numero di investimenti di venture capital nelle startup newyorkesi è cresciuto del 32%, mentre è calato del 10% nella Silicon Valley e del 14% a Boston e dintorni.

michael-bloomberg-mayor-new-york-city-NYC-state-of-the-city-address-electric-vehicle-charging-stations-EV-2-537x447Come scrive De Benedetti nell’introduzione al vostro libro, il ruolo dell’amministrazione pubblica è essenziale nel caso newyorchese.

Piol. Sì, certo, è il seed, come lo chiamano a New York. Il sindaco Michael Bloomberg in particolare ha giocato un ruolo fondamentale in questi anni. La sua azione è stata molto incisiva fin dall’inizio, dal 2001. Da una parte è un miliardario e quindi si è finanziato da solo, di conseguenza non ha dovuto subire limitazioni da soggetti terzi o gruppi di pressione. Dall’altra ha capito subito che dopo l’11 settembre la città doveva cambiare faccia, non essere più solo la capitale dell’economia finanziaria e della Borsa ma anche tornare all’economia reale.

Da una parte ci sono investimenti mirati da parte dell’Amministrazione, come il “regalo” di una parte di Roosevelt Island alla Cornell University. Il comune in pratica ha donato un vasto appezzamento all’università, e questa, con un investimento tutto privato di dimensioni clamorose, 2 miliardi di dollari, tutti autofinanziati, costruirà il più grande campus al mondo sulle scienze applicate. Dall’altra, un lavoro di squadra che si svolge tramite due team tutti basati sulla cooperazione tra pubblico e privato.  La New York City Economic Development Corporation (NYCEDC) è l’azienda non-profit che risponde direttamente all’ufficio del sindaco ed è incaricata di promuovere lo sviluppo economico della città. C’è poi il Center for Economic Transformation (CET), un ponte fra l’amministrazione pubblica e gli imprenditori privati, in particolare quelli del settore high-tech. Sono loro che, per esempio, hanno organizzato una dozzina di incubatori, dal Bronx a Brooklyn, da cui in tre anni sono uscite oltre 40 società.

A proposito della Nycedc, nel libro c’è una storia interessante riguardo una telefonata.

Sì, la storia di Bostjan Spetic, il fondatore e amministratore delegato sloveno di Zemanta, un software che aiuta i blogger – e chiunque produca contenuti sul web – ad arricchire le proprie pagine con immagini e link intelligenti. Ventinove anni, Spetic ha iniziato la sua avventura a Londra ma poi ha ripiegato su New York. E si capisce perché.  “Non avrei mai potuto fare in Europa quello che sono riuscito a compiere qui” ci ha detto Spetic. Ho parlato con persone che hanno creato le loro società prima del 2007: tutti sono impegnati nel far diventare New York una grande città per le startup. Non so come mi hanno scoperto, ma dopo un paio di mesi che ero qui la Nycedc mi ha contattato per capire che cosa stavo facendo. Mi hanno mandato una mail dicendo: “Ciao, possiamo programmare una riunione per conoscerci e vedere di che cosa hai bisogno?”.

Del resto lo stesso Bloomberg è uno startupper, o almeno ex startupper.

Cometto. La storia di Bloomberg è molto atipica e molto americana. Venne licenziato dal suo datore di lavoro “Sono stato sbattuto fuori dall’unico impiego a tempo pieno che avevo mai conosciuto e dalla vita stressante che amavo. Questo, dopo 15 anni di lavoro 12 ore al giorno, sei giorni la settimana. Fuori!” ha raccontato in una biografia. Bloomberg lavorava a Solomon Brothers, una istituzione finanziaria classica newyorchese, ed è stato mandato via (sia pure con una maxi liquidazione, 4 milioni di dollari del 1986, una cifra astronomica). Però non è andato a giocare a golf, e la metà di quei soldi li ha usati per mettere su la sua propria startup, che all’inizio si chiamava Innovative Market Solutions, e poi ha cambiato poi nome in Bloomberg LP e oggi è un impero dell’informazione finanziaria con 310 mila abbonati nel mondo.

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Leggendo il vostro libro, colpisce il fatto che Bloomberg oltre ad essere un nerd, un fanatico della tecnologia, è anche molto legato all’economia reale.

Cometto. “Infatti. Oggi è miliardario – l’11° più ricco negli Stati Uniti secondo la classifica Forbes, con un patrimonio stimato di 22 miliardi di dollari – ma Bloomberg era cresciuto in una normalissima famiglia a Medford, vicino a Boston, nel Massachusetts. Suo padre lavorava sette giorni la settimana come contabile in un caseificio. I valori ereditati da lui e dalla madre sono quelli di base della middle class: l’importanza del duro lavoro, superare le avversità e non fare un dramma delle cose spiacevoli. Un’impostazione che si traduce anche negli ultimi provvedimenti presi per aiutare l’economia cittadina di New York. È appena partito un sito per semplificare più possibile tutta la burocrazia cittadina. Un sito del comune dove chiunque voglia aprire un’attività, anche un parrucchiere o un pizzaiolo, hanno un solo posto dove avere tutte le informazioni e conoscere tutte le regole, tutti i corsi di formazione e le pratiche necessarie, le quali poi possono essere fatte tutte online. C’è una mappa online di 1.000 aziende monitorate, che illustra quanto stanno assumendo, quali figure cercano (un ingegnere, una segretaria) e che segnala qualunque esercizio stia nascendo.

Ma anche la città stessa sembra avere una particolare cultura del rinascere.

Cometto Quattro crisi: nel 2000 lo scoppio della Bolla delle dot-com quotate al Nasdaq, la Borsa telematica il cui cartellone digitale campeggia a Times Square; l’11 Settembre 2001; nell’autunno 2008 il panico a Wall Street dopo il fallimento Lehman; e a fine ottobre 2012 la tempesta Sandy che ha seminato morti e distruzione, lasciando senza elettricità e Internet per parecchi giorni anche le startup a Downtown.

Una parola d’ordine interessante mi sembra quella di community, come nel caso di Scott Heiferman, il fondatore di Meetup.  

Cometto. Una storia molto americana. Heiferman era già milionario, avendo fondato alla fine degli anni Novanta la sua pionieristica agenzia di pubblicità online i-Traffic, poi rivenduta per 25 milioni di dollari nel ’99 poco prima dello scoppio della bolla di Internet. A quel punto però era stufo della dimensione delle dot-com, voleva riconnettersi col mondo reale, con l’economia reale. Veniva da una famiglia di piccoli commercianti con un negozietto di vernici. La svolta è avvenuta proprio con l’11 Settembre. Heiferman quella mattina sentì la notizia del primo aereo nelle Torri Gemelle e decise di salire sul tetto del palazzo del suo appartamento, vedendo da lì l’impatto del secondo aereo. E lì ha vissuto quest’esperienza di cui parla sempre: nelle ore e nei giorni dopo 9/11 si rese conto di aver avuto più conversazioni coi vicini di casa che in tutti gli anni precedenti. Si rese conto dell’importanza della community e capì quanto la gente sa essere potente quando si organizza. In quei giorni si vedevano innumerevoli veglie e gruppi di aiuto reciproco. Da lì gli venne l’idea di Meetup: usare Internet per organizzare i singoli in comunità. Un concetto che allora – ben prima di Facebook e dell’emergere del termine social media – sembrava ridicolo. Oggi Meetup.com – nata nel 2002 è diventata il più grande network al mondo di gruppi di interesse locale, con oltre 11 milioni di membri in 45 mila città nel 2012 (alla base anche di fenomeni politici come quello del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ndr).

Per concludere, qualche consiglio a chi volesse affacciarsi alla scena della “silicon alley”.

Piol: Domain expertise della città stessa; New York è la capitale dell’editoria, della stampa, della moda. Credo che ogni città abbia una sua focalizzazione e venire qui, a parte la facilità di investimenti e finanziamenti, ha senso soprattutto se uno intende puntare su questi settori, e non su altri. Inoltre sarebbe bello avere a NY un incubatore specifico per imprese italiane, o europee, una specie di “ambasciata” che insegni a chi arriva dal vecchio Continente un po’ di trucchi per muoversi meglio. Nel libro (che ha un capitolo apposito sui “tricks” in proposito, ndr), si parla per esempio di Elio Narciso, Internet e angel investor italiano che fa la spola fra Italia e Stati Uniti dal 2004 e che punta ad aprire a NY una sede della catena di spazi di co-working Talent garden. Per adesso, una buona opzione, considerando il problema del visto lavorativo, molto difficile da ottenere, può essere interessante andare da uno degli accelerator tipo Techstarts o 500 Startups dove, una volta ottenuti i finanziamenti, possono aiutarti ad avere un visto definitivo. Hanno fatto così per esempio Elena Favilli e Francesca Cavallo, fondatrici di Timbuktu, un magazine per iPad per bambini.

E per chi invece decide di rimanere in Italia?

(Qui le facce si fanno meno allegre).

Piol. Primo, il problema della cosiddetta “uscita”: i due canali classici di uscita dalla start-up – cioè come far rendere la propria idea – in Italia sono asfittici: da una parte collocarsi in Borsa è una rarità assoluta; c’è il segmento Aim di Borsa italiana ma è asfittico. E anche l’altro canale di uscita, quello dell’m&a, cioè dell’acquisto da parte di altri soggetti, è raro. Quando uno fa un investimento uno deve prevedere un’entrata e un’uscita.  Qui da noi non ci sono soldi né in entrata – sì, c’è qualche business angel, ma sono pochi – né in uscita“.

Una risposta – indiretta – la fornisce anche David Thorne, ambasciatore Usa a Roma, che ieri ha presentato il libro di Piol e Cometto. “Conosco molto bene questo settore” dice l’ambasciatore, che viene da una famiglia di venture capitalist, “e posso dire che in Italia serve un ecosistema che funzioni in maniera differente. Qui il finanziamento delle startup è stato fatto praticamente solo con i prestiti bancari. Ma adesso, anche complice la crisi delle banche, il sistema non è più all’altezza. Serve creare un sistema di angel investment, di soggetti che siano pronti a correre dei rischi, nel venture capital. In Italia c’è molto interesse nelle startup, ma non nella crescita. Il genio italiano non basta più, rimane importantissimo, ma deve anche coniugarsi con la crescita. Come creare una impresa grande da una piccola iniziativa”.

 

 

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