26giu

Turismo 2.0: non ci siamo, ma ci proviamo

Il turismo online, quello su internet e delle prenotazioni da privati vale circa il 50 percento dell’e-commerce italiano (e mondiale). La sfida, quella delle start-up, è di conquistarne una fetta. Anche, e soprattutto, in Italia.

 

Il problema è che l’innovazione in questo campo, opera in un contesto poco pronto al cambiamento, un contesto in cui incubatori e investitori faticano a capire i meccanismi di un settore così complesso.

 

Le difficoltà non mancano, molte sono emerse in occasione di “Start-up turismo: l’innovazione è al servizio del trade?”, a Milano. Interoperabilità dei sistemi, scarsa conoscenza della complessità del settore da parte degli incubatori (e degli investitori), risorse finanziarie scarse e poco disponibili.

 

E su tutto, una patina di “conservatorismo” da parte del trade, che frena l’adozione di strumenti innovativi per la gestione del business.

 

Poi certo, al di là delle negatività la creatività degli startupper c’è. L’associazione Startup Turismo conta un centinaio di realtà, di cui 40 facenti parte dell’associazione di Stefano Ceci (aka consigliere del ministro Franceschini sui temi digitali).

 

Le competenze tecnologiche non mancano, peccato che dei circa 100 milioni di euro investiti nel 2013 in start-up, solo 600mila euro siano andati al settore del turismo innovativo.

 

Sul fronte governativo, intanto, la richiesta di tax credit per il turismo digitale attende una nuova legge, entro la fine dell’estate. “La defiscalizzazione potrebbe essere un incentivo alla digitalizzazione, ma non la soluzione al problema di scarso accesso al travel online da parte delle imprese italiane”, hanno spiegato i relatori della tavola rotonda di MARTEDIturismo.

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