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Venture capital, a che punto è l’Italia?

Venture capital, a che punto siamo?

Confrontando il mercato del venture capital americano con quello europeo ci si rende conto come questo settore offra molte opportunità a chi lo osserva con attenzione. Negli Stati Uniti solamente nel 2015 sono stati investiti 59 miliardi di dollari in venture capital, registrando il secondo valore più alto negli ultimi 20 anni con un incremento del 35% negli investimenti in start-up digitali rispetto all’anno precedente.

 

Seppur con numeri più contenuti, anche l’Europa è molto attiva nel settore. Infatti, il 2015 è stato l’anno con più investimenti in venture capital arrivando a 13,4 miliardi di dollari investiti, di cui il 78% rivolto verso le start-up digitali e tecnologiche. Per quanto riguarda gli investimenti in start-up, il segmento dei seed e degli early stage è quello in cui si concentra il maggior numero di operazioni. L’anno scorso, infatti, questa attività ha rappresentato più del 60% degli investimenti da parte dei venture capitalist in Europa. Gli investimenti non hanno interessato solo i venture capitalist. Anche i business angel hanno individuato nell’early stage un segmento interessante, arrivando a coprire il 73% degli investimenti. Inoltre, si è assistito alla nascita del nuovo mercato dell’equity crowdfunding che ha avuto un impatto dell’1%.

 

 

E l’Italia?

Nessun altro paese del Vecchio Continente ha mostrato una crescita pari a quella dell’Italia che, alla luce dei risultati ottenuti negli ultimi anni dimostra di avere tutte le carte in regola per diventare il prossimo tech hub europeo. Nel biennio 2013-2014, infatti, il numero degli investimenti in start-up tecnologiche è aumentato del 208% rispetto al biennio precedente. Inoltre, il volume dell’industria del venture capital nel 2015 ha registrato un incremento del 11% rispetto al 2014 raggiungendo il valore di 133 miliardi di euro.

 

Anche il numero delle start-up innovative inserite nel registro italiano delle imprese continua a crescere. Secondo il report di Infocamere, nel 2015 sono state registrate 5.143 start-up contro le 4.704 del 2014 assistendo a un incremento del 9,3%. La crescita in Italia non è limitata solo alle startup. Anche il valore dell’economia digitale è in ascesa e sta contribuendo alla ricchezza del Paese influendo positivamente sul Pil. La quota di internet, infatti, è aumentata negli ultimi anni e continua a mostrare un trend ascendente: se nel 2010 internet valeva 21 miliardi di euro rappresentando il 2,1% del PIL, nel 2016 il valore è aumentato a 24 miliardi di euro coprendo il 3,5% del PIL per un tasso di crescita annuale dell’11,5%.

 

Anche il governo italiano ha dimostrato attenzione nei confronti delle start-up. Nel 2014, infatti, sono state introdotte alcune disposizioni di legge che danno accesso a sgravi fiscali per chi investe in startup innovative. Gli incentivi, in base alla legge n. 221/2012, si applicano agli individui e alle aziende che nel 2016 investono in start-up sia in modo diretto sia attraverso società quotate come LVenture Group e prevedono una detrazione ai fini Irpef del 19% e una deduzione ai fini Ires del 20% sulla somma investita.

 

Alla luce delle recenti novità, appare chiaro come in Italia ci siano condizioni favorevoli per la nascita e lo sviluppo delle start-up. Inoltre, il bisogno ridotto di capitali iniziali, la forte disponibilità di capitale umano qualificato e l’eccellente know-how nei settori tecnologici, creativi e di design offrono l’opportunità di investire in startup in grado di espandersi anche sui mercati esteri.

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