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Le interviste de L’Arancia: Gianluigi Ricuperati

 

Gianluigi Ricuperati (1977) è uno degli scrittori più interessanti della sua generazione. Del 2011 è il suo primo romanzo Il mio impero è nell’aria (Minimum Fax) mentre sta per uscire per Mondadori La produzione di meraviglia. Collabora con Repubblica, il Sole-24 Ore, Domus. Spesso i suoi scritti hanno una particolare attenzione alle tematiche del denaro e dell’impresa, e al rapporto tra questi e la letteratura. Su Rivista Studio del marzo-aprile 2012 ha scritto un lungo reportage newyorchese raccontando di una curiosa esperienza: il collocamento al Nasdaq di una start-up ipertecnologica, con tanto di festeggiamento e brindisi alcolico all’alba.

Raccontaci com’è andata.

È stato divertente: l’anno scorso, a dicembre, ho assistito a questa bizzarra cerimonia trasmessa in diretta tv. Si trattava di una start-up tecnologica, una specie di social network basato sul mondo dello sport amatoriale. Il fondatore veniva da Chicago. Era tutto molto pomposo e insieme tenero: champagne e succo di frutta, alle sette di mattina, e la voglia di emergere che sprizzava da tutti o pori di questa famiglia americana esaltata intorno all’idea imprenditoriale del capofamiglia

Tu vivi in una realtà, Torino, che ha nel cuore la cultura d’impresa. Che differenze hai notato tra gli aspiranti imprenditori americani e il clima italiano.

La competizione lì è più brutale: i premi sono più ricchi, le consolazioni meno consolatorie. Qua è tutto più anestetizzato: la sconfitta e la vittoria sembrano meno schiaffanti.

Il successo (anche il successo imprenditoriale) è  un tabù nella società italiana?

L’ambizione – pur moderata e temperata da un tratto di sprezzatura e distacco, com’è giusto che sia – è ancora vista come un peccato di vanità. Ma forse È un peccato di vanità, in fondo.  Certo è che bisognerebbe non dover mostrare troppo bisogno e troppe munizioni. Il successo dovrebbe essere una guerra privata.

Vic Gamalero, il protagonista trentenne del tuo primo romanzo, è ossessionato dal denaro. I trentenni nati negli anni Settanta potevano contare su un’Italia ricca, ricca anche di promesse. Oggi come vive un giovane la prospettiva del nostro paese?

Io credo che il mio protagonista sia ossessionato dal bisogno d’amore, che trova nel denaro un simulacro contabile. Oggi la situazione è diversa: ma non è detto che vivere in un paese con un battito economico più lento sia per forza meno interessante: spero comunque in un cambiamento, anche se – ripeto – quando si riduce l’Intera prospettiva esistenziale a un fattore economico e finanziario la vita e la mente diventano così tristi e melanconiche, inaccettabilmente. Bisogna capire cos’è giusto fare, più che altro. Queste al momento le mie preoccupazioni.

Tu spesso sei intervenuto pubblicamente proponendo iniziative per il rilancio della cultura in una chiave di impresa, penso ai paradisi fiscali del sapere. Cosa sono e quali sono le altre ricette imprescindibili per uscire dal declino?

Si tratta di proposte rintracciabili in rete, ma posso dire che oggi mi rendo conto che non esiste alcun progetto sensato o meno, di riqualificazione culturale del paese, che non tenga conto del ruolo del l’istituzione scolastica. Una scuola giusta e aperta, fatta al contempo per i migliori e per chi non ce la fa, è per me ora una conditio non negoziabile di progresso.

C’è un libro che ti sentiresti di consigliare a chi vuole diventare un imprenditore, o comunque sogna di avere un giorno un’impresa sua?

Penso che la parola imprenditore contenga la parola prede, perciò consiglierei Moby Dick di Melville, da leggere e rileggere, per giungere magari alla comprensione del fatto che esistono cose più importanti, sotto e sopra il cielo, della bilancia dei pagamenti. Di solito, poi, questa comprensione profonda è anche la garanzia migliore del fatto che si riuscirà a godere di una bilancia di pagamenti a proprio favore e non a proprio difetto.

Scritto da Redazione il 29 gennaio 2013

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