29lug

L’esperienza del coworking secondo Combo

Si parla sempre più spesso di coworking come soluzione vantaggiosa per le start-up che hanno bisogno di spazi in cui muovere i primi passi e per i liberi professionisti che non possono permettersi i costi di uno studio. Ma come funzionano gli spazi di coworking? Lo abbiamo chiesto ai ragazzi che a Firenze hanno fondato lo spazio Combo, appartenente alla rete Cowo – un’iniziativa di Massimo Carraro che affilia più spazi in giro per l’Italia. Lo spazio Combo è nato in seno a un altro spazio di coworking, e ha iniziato a camminare sulle proprie gambe a febbraio 2013. Non è solo un luogo in cui affittare una scrivania, ma anche il punto di partenza per una serie di collegamenti tra realtà locali, permettendo di avere un mercato più ampio.

Di cosa parliamo quando parliamo di coworking?
Mi mette sempre in crisi dare una risposta sintetica a questa domanda, ma ci provo.
Un coworking è un luogo fisico all’interno del quale una community dinamica e aperta si aggrega e cresce grazie all’utilizzo di spazi e strumenti condivisi. Il coworking è un concentrato delle relazioni fisiche e personali che possono essere intessute dentro e fuori lo spazio. Poiché tendenzialmente gli spazi di coworking contengono professionalità complementari, il tipo di progetti che si sviluppano all’interno possono essere i più disparati. Hanno comunque un’altra probabilità di essere innovativi, perché vengono costruiti sulla base di professionalità autonome, intraprendenti e capaci.

Cosa differenzia Combo dagli altri spazi?
Da un lato cerchiamo di svincolare le persone dal luogo fisico, dall’altro il progetto prevede di aggregare una community che si basi su luoghi fisici diversi, che raccolga le competenze disperse sul territorio attraverso la creazione di una rete territoriale di piccoli spazi in piccoli centri, nella quale ogni nodo possa dare accesso alle opportunità di mercato locali. Poiché Combo aderisce al programma Cowopass, chi fa parte della community di Combo potrà fruire di tutti gli altri coworking affiliati all’iniziativa sul territorio nazionale. Inoltre, coworking e spazio per corsi ed incontri sono gli stessi, cioè lo stesso contenitore funziona come coworking fino alle 18.30, mentre dalle 19 e nei weekend diventa spazio per corsi, incontri, assemblee, tutti fruibili con lo stesso sistema di crediti.

“Il coworking è un concentrato delle relazioni fisiche e personali che possono essere intessute dentro e fuori lo spazio.”

Cosa ti ha spinto a intraprendere questa attività?
Io sono un freelance dal 2000. Nel momento in cui ho realizzato che la mia crescita e credibilità professionale non era facilmente perseguibile lavorando da casa, ho cercato uno studio. Costi troppo alti, strutture inadeguate ed allora ho coinvolto prima una seconda persona e poi una terza. Al che abbiamo pensato che tanto valeva creare un luogo dove potessero appoggiarsi altri professionisti nelle nostre condizioni, ma non amici già conosciuti, gente nuova e che potesse avvicendarsi. Non sapevo ancora che questa cosa si chiamasse coworking. Lentamente, partecipando anche alle conferenze europee sul coworking fin dal 2010, ho maturato una coscienza sempre maggiore delle opportunità dirompenti di questo modo di lavorare e su questa convinzione sono nate le mie passioni ed attività ulteriori.

Qual è l’aspetto economico del coworking, che tipo di valore crea?
Il coworking di per sé non è un vero e proprio business, bensì un componente fondamentale in grado di far funzionare in modo diverso altri meccanismi. Il valore economico è da un lato invisibile, perché garantisce vantaggi economici e di relazione cospicui a chi ne fa parte. Dall’altro è in gran parte non esprimibile in termini di moneta nel momento in cui non si valuti che il valore maggiore risiede nell’innovazione, nelle opportunità, nella capacità di mettere a sistema competenze altrimenti poco efficaci, nello stimolo e nel potenziamento reciproco, nella creazione di terreno fertile per nuovi progetti.

Tu non ti occupi solo di Combo, cos’è Fablab Firenze?
Quando nel 2011 andai a Berlino per la seconda conferenza europea sul coworking, fummo ospitati da Betahaus, un fantastico coworking berlinese. All’interno si trova OpenDesignCity, uno spazio all’interno del quale non si condividono scrivanie e sedie, ma lasercutter, saldatori, seghe, frese. Un makerspace, insomma. Al ritorno tentai di costruire una cosa analoga a Firenze ma mi resi presto conto che si era formato un gruppo che voleva costruire un FabLab, con un’attenzione più puntuale alle macchine controllate da computer e dove gli utenti condividono gli strumenti e imparano a collaborare, in piena filosofia “open”. FabLab Firenze è un’associazione che ha come scopo proprio questo, cioè l’apprendimento attraverso il fare e la progettazione collaborativa, la divulgazione e diffusione della fabbricazione digitale e dell’autoproduzione, il ricongiungimento di creatività e capacità tecnica di realizzare materialmente i propri progetti.

“Dobbiamo essere coscienti del fatto che i pionieri siamo noi. E che non dobbiamo chiedere il permesso per innovare, ma al contrario pretendere che ci sia dato campo per farlo.”

Come sono posizionati i Fablab in Italia?
Il numero dei FabLab italiani è in rapidissimo aumento. Tra operativi ed in via di sviluppo oramai siamo una dozzina. Anche nel caso dei FabLab, parlare di mercato non è una cosa scontata.Riteniamo che i FabLab siano delle palestre all’interno delle quali sperimentare liberamente, con passione e in maniera non immediatamente finalizzata al prodotto. Diciamo spesso che noi vorremmo produrre produttori e non prodotti.
Le prospettive sono ottime. Paradossalmente l’attenzione crescente rischia di soffocarlo un po’ poiché se ne dà spesso una lettura fuorviante e superficiale. Non si tratta solo della stampa 3D, si tratta di riconcepire le filiere e la formazione non istituzionale, di cambiare quindi il modo in cui si progetta, si lavora, si immagina. Un maker è uno che sa che ogni oggetto è un progetto: aggiustabile, replicabile, migliorabile. Le prospettive per il futuro dei FabLab sono in un certo senso il futuro in sé. Ci sentiamo un po’ i primi esemplari di una nuova specie.

Da ‘esperto’, come si sta sviluppando l’ecosistema dell’innovazione?
Direi che le idee e l’energia non mancano. Lo sviluppo forse è un po’ disordinato ed alcuni patiscono forse un po’ di ingenuità ed assecondano un po’ troppo la retorica giornalistica dell’innovazione, con il rischio che i processi innovativi siano imbrigliati e messi a servizio di vecchie dinamiche. Dobbiamo essere coscienti del fatto che i pionieri siamo noi. E che non dobbiamo chiedere il permesso per innovare, ma al contrario pretendere che ci sia dato campo per farlo.

Com’è il rapporto con le istituzioni per uno spazio di coworking? Ci sono aiuti, contatti…
C’è attenzione. Credo ci vedano un po’ come degli alieni, ma piano piano stiamo costruendo un linguaggio comune e si cominciano a formare alcuni progetti pioneristici che vanno nella giusta direzione. Ho qualche riserva sui coworking pubblici, perché nel progettare e gestire un coworking ci vuole una passione e una delicatezza che forse solo un progetto autonomo può avere. Anche all’estero si sono visti spazi enormi ed iperattrezzati di iniziativa pubblica fallire perché l’aspetto della community, del benessere lavorativo, della socializzazione era stato trascurato. Ma ci sono molte persone davvero in gamba anche nelle istituzioni e confido quindi che mantenendo un costante confronto con le esperienze indipendenti già attive, le misure saranno sempre più accurate, affidabili ed intelligenti.

Leggi anche: